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La morte di Failla e di Piano

Al fronte, scrive il manifesto. Pronto l’attacco con aerei e navi, Repubblica. Così hanno ucciso i due italiani rapiti, Corriere. E adesso guerra seria, il Giornale. La guerra si fa ma non si dice, il Fatto. É difficile non dare ragione a Lucia Annunziata che, nel suo blog, su Huffington Post scrive: “nella nebulosa in cui ci muoviamo, un elemento è chiarissimo: i due tecnici sono morti appena annunciato il nostro ruolo guida della colazione in Libia, subito dopo il Consiglio di Guerra tenuto al Quirinale, subito dopo la concessione delle basi italiane ai droni Usa che intervengono in Libia, subito dopo le lodi agli italiani del Segretario alla Difesa Ashton Carter e i primi bombardamenti americani sulla zona in cui poi sono stati uccisi. Insomma, considerato l’allineamento degli eventi, possiamo dire che i due morti italiani sono i primi caduti della nostra campagna di Libia, la luce verde che segna l’inizio del nostro intervento nel paese che fu una volta di Gheddafi.”

Guerra è una parola terribile. L’Italia ripudia la guerra: si apre così l’articolo 11 della Costituzione, anche se poi aggiunge “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E tuttavia è legittimo chiedersi se l’Italia possa consentire che la Libia, a poche miglia marine dalla Sicilia, diventi rifugio e base di partenza per attentati come quelli del Bataclan. Tra Siria e Iraq la sorte del Daesh e del sedicente califfo è ormai segnata: truppe irachene (sostenute dell’Iran) prenderanno Mosul, milizie curde espugneranno Raqqa, l’esercito siriano (guidato dai russi) controllerà tutta Damasco e pianterà le sue bandiere sulle rovine di Aleppo. Ci vorrà tempo, perché i sauditi temono l’Iran e gli sciiti, muovono guerra contro di loro in Yemen e ora minacciano di farlo contro Hezbollah in Libano. Perché i turchi non vogliono a nessun costo che nasca uno stato curdo. E il tempo per i terroristi è prezioso: gli consentirà di mettere a segno altri attentati e di trasferire le basi altrove. Ecco, la Libia – a detta di russi e americani – sembra essere questo “altrove”. Possiamo permettercelo? John Phillips, ambasciatore americano in Italia, dice al Corriere: “A voi la guida in Libia, ci aspettiamo 5000 uomini”.

Per favore, il premier parli. Ogni decisione sulla guerra spetta – così prescrive la Carta Fondamentale della Repubblica – al Parlamento. E si parla – in questo caso in modo chiarissimo – di un Parlamento che sia stato eletto in proporzione, che sia rappresentativo degli orientamenti del paese. La scelta sulla guerra non può essere “tecnica”, non può investire solo il governo, né esser presa al chiuso di riunioni politico-militari della Nato o con i responsabili dei servizi segreti. Andiamo in Libia? A fare cosa? A neutralizzare uno dopo l’altro i combattenti del Daesh? A costringere a collaborare i due “governi” libici, quello di Tripoli e quello di Tobruk, ciascuno appoggiato da gruppi di governi arabo sunniti? Riteniamo che l’intervento sarà breve? Ne siamo sicuri o dobbiamo mettere in conto che dovrà trasformarsi, per mesi o per anni, in un’occupazione militare? Quanti soldati manderemo e quali rischi riteniamo che questi cittadini italiani dovranno correre? Qual’è la partita in gioco: la lotta al califfato, frenare il flusso dei migranti, difendere gli interessi dell’Eni, far contare l’Italia nella comunità internazionale (leggi, occidentale)? Lo si dica con chiarezza. Questo impone la Costituzione, tanto pretende – dopo la morte di Salvatore Failla e Fausto Piano – persino il buon senso. Ci piace spesso criticare le scelte altrui, le bombe di Hollande sulla Siria, l’accordo della Merkel (a nome dell’Europa) con Erdogan perché tenga lontano da Shengen centinaia di migliaia di persone che scappano dalla guerra, ma dovremmo provare invidia per il dibattito che si è svolto alla Camera dei Comuni, a Londra. Con Jeremy Corbyn che, ricordando il precedente di Blair e della guerra in Iraq, chiedeva “non cadiamoci di nuovo, mai più avventure imperialiste”, mentre il suo compagno di partito (laburista) Hilary Benn, citava Churchill dicendo che anche la guerra può essere “giusta”, se è contro Hitler o contro al Bagdadi. Ancor peggio che andare in guerra è andarci e non dirlo.

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