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Ha vinto Trump

Non importa cosa accadrà. Domani sorgerà il sole. Ha detto Obama nel cuor della notte, quando ha capito che il suo impegno generoso a favore della prima candidata donna era stato sconfitto. Una frase che ricorda quel “Domani è un altro giorno” di Rossella O’Hara in Via col Vento, romanzo scritto durante la Grande Recessione e ambientato nella tragedia della Guerra Civile. Sì, il sole sorgerà su New York dove, mentre scrivo, sono le 2 della notte del 9 novembre 2016 e Los Angeles che vive ancora gli ultimi scampoli dell’8 novembre. Data del giudizio. E il popolo americano ha scelto. Donald Trump ha preso il North Carolina, la Florida, lo Iowa, l’Ohio e la Pennsylvania, il Wisconsin e il Michigan: Washington Post gli attribuisce in questo momento 276 grandi elettori contro 218 della Clinton. Sarà Presidente! Continua la lettura di Ha vinto Trump

L’ossessione di Renzi

Un caffè al buio, che scrivo da New York senza aver letto i giornali italiani perché, mentre scrivo, non sono stati ancora stampati. Le presidenziali, per prima cosa. Hillary è data in ripresa, 44% per lei, 40% per Trump. Il segnale più importante viene dagli ispanici, corsi in massa a votare soprattutto dove la Clinton avrebbe potuto perdere. Quella promessa di alzare un muro alla frontiere con il Messico forse Trump la pagherà cara. Non solo, fra gli afroamericani e i millennials potrebbe affermarsi una tendenza al voto utile: Hillary non è il candidato che avrei voluto ma Donald meglio di no, grazie. Inoltre l’intervento, pesantissimo, di Obama sul FBI ha avuto effetto: James Comey, il direttore repubblicano dell’agenzia, ha annunciato che non incriminerà la Clinton per il famoso “mailgate”. Uno degli argomenti dell’ultima ora usato da Trump, “vedrete sarà incriminata dopo il voto” è dunque caduto. resta l’incognita del Senato, che potrebbe cadere in mano ai repubblicani. E poi quella, a mio avviso, ancora più grande, di cosa farà Clinton da Presidente. Se cioè abbandonerà l’autocritica e il multilateralismo di Obama per tornare alla dottrina Truman. O si ricrederà. Continua la lettura di L’ossessione di Renzi

Fuga dalla realtà

Renzi: se perdo cambio mestiere, titolo della Stampa. Contrordine del contrordine. “Il voto del 4 dicembre, scrive Gramellini – non riguarderà la riforma costituzionale, di cui la maggioranza degli italiani ha capito ben poco. «Ti fidi ancora di Renzi più che dei suoi rivali?». Questa è la vera frase che sta scritta sulla scheda e a cui gli elettori dovranno rispondere Sì o No. Lui lo sa perfettamente”. Non solo lo sa, lo ha voluto! Ha firmato, con la Boschi, la riforma, l’ha usata prima per catturare poi per sputar via Silvio Berlusconi, ne ha fatto il terreno di scontro dentro il Pd, poi lo specchio per le allodole che con cui imbarcare nella maggioranza Verdini e i suoi mercenari. Questa riforma è Renzi e come lui mente. Sostiene di non cambiare la forma dello Stato lasciando, intatti i poteri del premier e delle cariche di garanzia, ma non è vero. Pensate all’elezione del Presidente della Repubblica che “dal settimo scrutinio in poi può essere eletto coi tre quinti dei votanti (art. 83), il che vuol dire – ha ricordato ieri su Repubblica Salvatore Settis – che gli assenti non si contano ai fini del risultato”. Secondo l’art 64 – continua Settis – “le deliberazioni del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei componenti”, dunque nell’assemblea che elegge il Presidente, composta di 630 deputati e 100 senatori, devono esservi almeno 366 presenti in aula. I tre quinti di 366, provare per credere, fa 220. Ergo, il Capo dello Stato potrebbe essere eletto da soli 220 votanti, in un Parlamento dove, stando al vigente Italicum, il partito al governo avrà 340 seggi nella sola Camera e 220 esatti, i cento capilista e i 120 cooptati dopo il ballottaggio sono quelli che devono lo scranno solo al premier! Continua la lettura di Fuga dalla realtà

C’era una volta l’Europa

C’era una volta l’Europa. Semplice, evocativo, non vanamente consolatorio. Il titolo più efficace è del Manifesto. Gli altri parlano di “tempesta”, la Stampa, di “colpo all’Europa”, il Corriere, di un “piano per salvarla”, La Repubblica. Oppure usano l’esortazione: “Europa svegliati!”, il Sole24Ore. Ricorderete: dopo aver vinto il suo referendum Tsipras fu umiliato dalla Merkel, da Hollande, da Renzi e tutti si accorsero che “Atene non aveva un piano B”. Ora sono gli aguzzini di Trsipras a non avere “un piano B” davanti alla porta che gli elettori britannici gli hanno sbattuto in faccia. Sì, certo, Draghi allaga borse e banche stampando euro, compra titoli del debito italiani e spagnoli per evitare che lo spread torni. Sono risposte necessarie ma il loro effetto è temporaneo: possono attutire il crollo delle borse – pauroso quello di Milano, meno 12,5% -, possono evitare che l’euro si apprezza dopo l’ondata di vendite che investe la sterlina. Ma poi? I commenti di Polito per il Corriere, Scalfari su Repubblica, Napoletano per il Sole, confermano questo vuoto di idee: chiedono – in modo più accorato e urgente il direttore del Sole24Ore – che i politici al governo in Francia, Germania e Italia, facciano ora quello che non hanno fatto fino a ieri: che diano all’Europa, con urgenza, sotto la pressione del Brexit, istituzioni federali e democratiche, che imbocchino per l’Europa la strada di una politica espansiva e più solidale. Continua la lettura di C’era una volta l’Europa

Clinton candidata, Sanders decisivo

Ragazzina che sogni in grande, questa sera è per te. Bella frase detta nella notte da Hillary Clinton, quando nella notte si è profilata la vittoria su Sanders in California e ha avuto la certezza che sarebbe stata lei la candidata. Una donna presidente, mai prima d’ora una tale opportunità si era affacciata. Hillary ha reso l’onore delle armi all’irriducibile, al “socialista” Bernie. “Non vi sbagliate – ha detto – Sanders, la sua campagna il duro confronto che abbiamo avuto sulla crescita, su come combattere le disuguaglianze e promuovere la scalata sociale, ha fatto molto bene al Partito democratico e all’America”. Ora entrano in gioco i mediatori: Barack Obama, per primo, che domani incontrerà Sanders alla Casa Bianca. Poi Elizabeth Warren, di sinistra quasi quanto il senatore del Vermont ma che non si è schierata con nessuno dei due candidati e potrebbe forse essere vice presidente di un ticket tutto al femminile. Sanders, da parte sua, ha stravinto la sua battaglia, ha mobilitato un numero mai visto di attivisti, conquistato molti elettori indipendenti, rilanciato in politica i ventenni, i millennials come si dice in America. I sondaggi dicono che batterebbe Trump con più margine di quanto non sembra poter fare Hillary, ma non sarà Sanders il candidato. Forse, meglio così. Se avesse vinto, il partito non lo avrebbe mai aiutato, senatori e deputati lo avrebbero evitato per non perdere i finanziatori e la stima dei lobbisti. Continua la lettura di Clinton candidata, Sanders decisivo