Archivi tag: oliver roy

Col senno del poi

Impressionante come la sappiamo lunga, dopo! Altan. “Undici arresti, cellula annientata”, dice Repubblica. “A Bruxelles preso un pesce grosso”, Corriere. “La doppia offensiva contro l’Isis”, Stampa. E qui ci si riferisce anche all’attacco siriano (reso possibile dall’aiuto russo) che sta strappando Palmira al Daesh, e a quello americano, che ha portato all’eliminazione di Haji Imam, uno dei caporioni, che sarebbe stato meglio catturare vivo (7 milioni la taglia) ma che alla fine è stato ucciso. I giornali oggi sottolineano il nesso inscindibile tra terrorismo, a Parigi e Bruxelles, e i viaggi dei kamikaze, tra Siria e Iraq. “La strage del Belgio, il deserto siriano: i due livelli della cellula”, riassume il Corriere. “Belgio Siria andata e ritorno”, – scrive Repubblica – “così i jihadisti delle stragi hanno attraversato l’Europa”. Ma se la stessa cellula ha fatto strage il 13 novembre a Parigi e il 22 marzo a Bruxelles, che cosa abbiamo fatto “noi”, francesi e belgi, cosa noi europei per ben 130 giorni? In Turchia avevano arrestato ed estradato uno dei terroristi: appena arrivato è stato rimesso in libertà. Il diavolo artificiere era noto da due anni. Continua la lettura di Col senno del poi

Quel che si sa, quel che non torna

Bruxelles, quello che si sa, quello che non torna. Si sa che due dei kamikaze erano fratelli, Ibrahim e Kahlid El Brakaoui, uno si è fatto saltare all’aeroporto, il secondo in metropolitana. Fratelli, come Brahim e Salah, il primo suicida allo Stade de France, l’altro si è tolto la cintura e ora collabora con i magistrati belgi. Come Said e Chérif Kouachi, quelli di Charlie Hebdo. Repubblica lo sottolinea, pubblicando le loro foto in prima pagina. Dunque, come è per la ‘ndrangheta, l’orrore sembra maturare in famiglia. Qui però il vincolo familiare sembra orizzontale: genitori, e talvolta fratelli maggiori, vengono tenuti all’oscuro, contestati per essersi ormai assuefatti a una vita che gli assassini-suicidi ritengono non degna di essere vissuta. Quasi tutti gli assassini hanno precedenti per spaccio o per rapina a mano armata – Ibrahim s’era preso una condanna a 9 anni, per questo – e, ad un certo punto, magari dopo l’esperienza del carcere, si sono convertiti dal crimine al dettaglio alla carneficina all’ingrosso, giustificata da una fede settaria – offerta da iman wahabiti, pagati dall’Arabia Saudita, o salafiti -, sublimata dall’idea che un altro mondo (rispetto al consumo occidentale che ti promette tutto e rischia di non lasciarti niente) è possibile: nelle terre del Daesh. Terre nelle quali ogni kamikaze compie il suo viaggio iniziatico, per prendere la strada senza ritorno del macellaio-martire. Continua la lettura di Quel che si sa, quel che non torna