Quel che si sa, quel che non torna

Bruxelles, quello che si sa, quello che non torna. Si sa che due dei kamikaze erano fratelli, Ibrahim e Kahlid El Brakaoui, uno si è fatto saltare all’aeroporto, il secondo in metropolitana. Fratelli, come Brahim e Salah, il primo suicida allo Stade de France, l’altro si è tolto la cintura e ora collabora con i magistrati belgi. Come Said e Chérif Kouachi, quelli di Charlie Hebdo. Repubblica lo sottolinea, pubblicando le loro foto in prima pagina. Dunque, come è per la ‘ndrangheta, l’orrore sembra maturare in famiglia. Qui però il vincolo familiare sembra orizzontale: genitori, e talvolta fratelli maggiori, vengono tenuti all’oscuro, contestati per essersi ormai assuefatti a una vita che gli assassini-suicidi ritengono non degna di essere vissuta. Quasi tutti gli assassini hanno precedenti per spaccio o per rapina a mano armata – Ibrahim s’era preso una condanna a 9 anni, per questo – e, ad un certo punto, magari dopo l’esperienza del carcere, si sono convertiti dal crimine al dettaglio alla carneficina all’ingrosso, giustificata da una fede settaria – offerta da iman wahabiti, pagati dall’Arabia Saudita, o salafiti -, sublimata dall’idea che un altro mondo (rispetto al consumo occidentale che ti promette tutto e rischia di non lasciarti niente) è possibile: nelle terre del Daesh. Terre nelle quali ogni kamikaze compie il suo viaggio iniziatico, per prendere la strada senza ritorno del macellaio-martire. Quasi nessuno di questi fanatici sembra del tutto convinto: prendono in ostaggio le loro vittime (è successo al Bataclan e nell’ Ipercacher) per spiegarsi, oppure lasciano un testamento (come Ibrahim: un file audio nel computer abbandonato in un cestino), si giustificano, insomma. Quasi tutti sono figli o nipoti di immigrati dal maghreb. Ma attenzione, il disagio sociale, l’alternativa miseria o crimine, i dormitori inumani, un padre distrutto dalla fatica e la madre che promuove il figlio maggiore capo famiglia, e questi che consegna al branco per lo stupro la sorella rea di essere andata in centro in mini gonna: tutto questo c’era vent’anni fa, quando a Parigi, ero corrispondente Rai. I fischi algerini allo Stade de France mentre si suonava la Marsigliese sono del 2002. Ora i quartieri magrebini (Molenbeek o Saint Denis) sono quartieri piccolo borghesi: villette a schiera. La molla che fa scattare la radicalizzazione è piuttosto nel consumismo che promette tutto (donne e motori, piacere e quattrini) ma rischia di non lasciargli niente. Per loro colpa.

Sono nichilisti puri – dice Olivier Roy che, quando venti anni fa lo incontrai a Parigi, quasi nessuno stava a sentire e oggi scrive su Repubblica e viene intervistato dal Corriere – “Non cercano di costruire nulla. Non scappano in Siria a combattere. Non hanno un loro circolo, neppure cercano di fare proseliti. Vogliono semplicemente uccidere il massimo numero di persone con la massima pubblicità possibile. Tutti vengono dalla criminalità comune. Sino a pochi mesi fa non praticavano la loro religione. A un certo punto si sono radicalizzati in modo estremamente rapido. Dallo spaccio di droga e i piccoli crimini comuni sono passati ad ammirare Isis. Per loro l’ideologia e la pratica della violenza jihadista sono stati un modo per affrancarsi da una vita di marginalizzazione. Non contavano assolutamente nulla e improvvisamente sono diventati importanti, il mondo intero parla di loro”. Mi permetto di aggiungere che gioca anche il senso di colpa, di chi ha perso il feeling con il mondo e immagina un riscatto, in un mondo fantastico che gli dicono sia esistito mille e più anni fa.

Police link Brussels bombers to November assault on Paris, Financial Times. La stessa cellula? Possibile che in 4 mesi non se ne sia venuti a capo? Erano sempre gli stessi a proteggere Salah? Loro avrebbero protetto per tanto tempo quel kamikaze-renitente che pure nel testamento di Ibrahim viene citato come la vergogna da cancellare? Non è più sensato pensare, invece, che se i terroristi del islamic state lo avessero preso, gli avrebbero regalato subito quella morte a cui, per paura, si era sottratto? E lui, Salah preparava altri attentati ma non vedeva l’ora che la polizia l’arrestasse – come poi si è visto – e intanto il fratello contattava un avvocato, amante dei media, pronto a offrire collaborazione piena con gli inquirenti in cambio della non estradizione a Parigi? Detesto i dietrologi ma trovo più credibile che questo Salah, fosse stato rimesso là, a Molenbeek, solo da pochi giorni a fare l’infiltrato. Purtroppo per le 32 vittime ancora una volta, il vino è diventato aceto e la strage si è compiuta.

Il Belgio sapeva tutto – scrive il Fatto – un killer rilasciato, due in fuga”. Mi ripeto i servizi segreti collaborano mal volentieri con le polizie, quelli francesi seguivano, insieme agli americani, le tracce dei foreing fighters in partenza della Siria, ma si disinteressavano di loro quando li vedevano, tranquilli, in Francia. I Belgi pensavano che non vedere e non sentire quel che forse avveniva dietro le mura delle casette di Molembeek avrebbe tenuto lontano la minaccia da Bruxelles. Per questo serve una procura antimafia europea – che lavori come il pool di Falcone e Borsellino – e serve una banca dati (costantemente aggiornata) sui terroristi dell’Is a disposizione di tutte le polizie d’Europa. Non sono un buonista, non so rispondere allo schiaffo porgendo l’altra guancia, ma credo che agire con gli strumenti dello stato di diritto possa proteggerci molto di più che ogni altro metodo. Polizie e procure che lavorano insieme, informazione alla pubblica opinione, coinvolgere i cittadini – anche i magrebini, anche le persone di fede musulmana – nel controllo del territorio. Difendere libertà e diritto, che sono i nostri valori, l’arma più potente che abbiamo contro le canaglie di Al Bagdadi.

Paolo Mieli rifiuta di definire “islamofascisti” le canaglie dell’is. Meglio, spiega sul Corriere, risalire non alla seconda guerra mondiale ma alla guerra dei trenta anni (1618-1648) quando il conflitto di potere “tra la monarchia dei Borbone e quella degli Asburgo” motivava, in forme cangianti, l’odio tra cattolici e protestanti. Al posto dei Borbone e degli Asburgo, oggi Riad e Teheran si combattono per l’egemonia sul medio oriente, usando un conflitto religioso, tra sunniti e sciiti, “che risale a milletrecentocinquanta anni fa”. Lo so, Paolo, si possono trovare analogie diverse e forse più efficaci, nella storia, da quella che appiattisce Al Bagdadi su Hitler. Si può fare tutto: di recente ho letto di un professore che fa risalire l’ideologia delle Brigate Rosse, sia della componente marxista-leninista che di quelle ex Pot-Op- a Thomas Müntzer e alla rivolta dei contadini. Però quando, almeno io, chiamo in causa il nazismo non voglio dire che la sinistra (comunista) è stata sempre buona e che il male è sempre stato di destra. Intendo ricordare (anche a te) che liberté, egalité, fraternité, tolleranza e diritti sono stati l’esito di un’evoluzione possibile (e neppure probabile) della storia. E contro tale esito, sia il mito del popolo che sgozzare gli apostati, sia il rogo dei libri che il ritorno iconoclasta, sia vestire il burka (e far crescere incolte le barbe) che celebrare la razza ariana (e purificare, nei forni, i semiti), invocano una violenta reazione. Ammetto che fenomeni analoghi si sono verificati anche nell’URSS di Stalin – penso ai processi che dovevano sfociare nella confessione prima della condanna con la morte liberatrice, penso alla persecuzione degli ebrei – seppur, in quel caso, temperati (o malamente nascosti) da una stanca ideologia internazionalista e progressista. Il mio intento, tuttavia, è riprendere quell’esito, possibile e forse non probabile, dell’evoluzione dell’uomo, che ha saputo renderci infinitamente più umani. Difenderlo da tutti i rigurgiti reazionari, nazisti o wahabiti.

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