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Difendiamo le città, denunciamo la barbarie

Europa sotto attacco. Tutti i grandi giornali italiani, francesi, inglesi, spagnoli titolano così. E non solo perché Bruxelles è la città che ospita le istituzioni europee: le immagini dell’aeroporto dopo l’esplosione, due donne ferite sul sedile della metropolitana, fanno intendere che sotto minaccia c’è il nostro stile di vita, il bisogno di spostarci più volte al giorno, la possibilità di viaggiare in sicurezza, i diritti, l’aria aperta e libera delle nostre città. Ed è unanime la constatazione che non possiamo, e non dobbiamo, abituarci al terrore, che occorre reagire. Come e contro chi? Il giornale, con tutte le destre al seguito, titola “Cacciamo l’islam da casa nostra”. Guerra di religione e respingimenti. Che sarebbe come voler svuotare il mare con un cucchiaio: l’islam è tra le religioni monoteiste quella che cresce di più, e non ci sono muri né mari che fermano le grandi migrazioni, che fanno parte da sempre della storia dell’uomo. Lutwak, in televisione, urla contro il buonismo, contro il senso di colpa di noi imbelli occidentali. E lo fa per nascondere le fregnacce dell’imperialismo americano.

Nacque negli anni 80 – scrive Alberto Negri sul Sole24Ore – un legame tra Washington e il mondo sunnita più integralista quasi indissolubile: è sufficiente esaminare la relazione con Riad stipulata già nel 1945 con il famoso scambio tra Roosevelt e Ibn Saud “petrolio contro sicurezza”. L’Europa si è infilata in questo rapporto da “free rider” direbbe Obama, scroccando vantaggi politici ed economici”. É così, lo ripeto da mesi. Prima Bin Laden usato in Afganistan contro i russi e Saddam Hussein armato perché invadesse l’Iran, poi le due guerre contro l’Iraq, colpevole di rivendicare la sua mercede – il Kuwait – per i servizi resi, prima e dopo l’acquiescenza nei confronti della dinastia di Al Saud, che da due secoli e mezzo sostiene la setta wahabita, paga gli imam che vanno a reclutare terroristi nelle carceri, diffonde il credo fondamentalista e jihadista: ci si vesta come ai tempi del profeta, si distruggano gli idoli pagani – le città d’arte -, si porti la guerra contro gli infedeli, si sgozzi l’apostata!

I kamikaze di Bruxelles lasciati liberi di uccidere, titola il Fatto che denuncia il “colabrodo belga”. Che fare? Parlare di guerra, di bombe in Siria e di blitz in Libia, serve a rimuovere il problema spostandolo lontano dalle nostre città, mentre sono le nostre città a subire l’attacco. Qui Renzi, il quale sembra ogni giorno meno propenso a dare il là a un’avventura italiana in Libia, chiede all’Europa “un patto per la sicurezza”. Poi – al solito un po’ guascone – aggiunge: “L’Italia è disponibile a mettere a disposizione la propria esperienza contro il terrorismo brigatista, e contro la mafia, al servizio delle istituzioni europee”. Anch’io, nel mio piccolo, scrivendo ieri l’editoriale per il numero di Left che sarà in edicola per Pasqua, mi sono riferito all’esperienza del pool anti mafia. Ci vorrebbe una procura europea che bracchi gli attentatori mossi dal Daesh. E le polizie – le polizie, non un corpo speciale di Rambo – dovrebbero scambiarsi informazioni, notizie sui pedinamenti, schede segnaletiche. Abbandonando l’idea di poter risolvere il problema ognuno da sé, nell’illusione – in cui è caduta prima la Francia e ora il Belgio – che gli assassini colpiranno magari il paese vicino ma non casa nostra. Renzi farà davvero questa battaglia? Lo appoggerei.

Noi stiamo vincendo, ricordiamolo. Lo ha detto Vito Mancuso, ieri a “Di Martedì”. Forse ci vuole un teologo per dar voce in tv a una visione meno ristretta. Credo che sia vero: nel mondo sta vincendo la nostra cultura, illuminista, fondata sul diritto e sulle libertà, sta prevalendo una lettura meno fondamentalista persino delle religioni. Dialogano i cristiani, si apre l’Iran sciita, saltano al gran giorno, nel mondo sunnita, le nefandezze compiute per il potere e ammantate di una blasfema ideologia islamista. Perciò i kamikaze si immolano, per non subire l’onta della sconfitta. Perciò la testa del serpente ha attivato la cellula dormiente che ha messo a ferro e fuoco Bruxelles, perché l’ottavo martire – così avevano presentato Salah il giorno dopo la strage del Bataclan – ha avuto paura di morire e si è tolto la cintura esplosiva e ora sta persino collaborando coi demoni delle polizie occidentali. Sono abili questi terroristi islamici – hanno preparato con cura professionale i passaporti falsi, hanno sfruttato alla perfezione la non collaborazione tra le le polizie belga e francese – ma stanno per essere sconfitti, in Europa e in Siria, e lo sanno. Non mitizziamoli per paura e combattiamo contro di loro una bella battaglia ideologica, politica e culturale. Diciamo che è meglio la vita che la morte, una ragazza libera che un corpo asservito ai voleri di un padrone maschio, meglio l’amore che non pretende di imporre il suo vincolo che l’obbedienza assoluta. Chi ammazza in nome di Dio bestemmia Dio, che trasforma un bambino in un arma non è degno di dirsi uomo, chi distrugge l’arte antica è una bestia. Cari Meloni, Salvini, Lutwak, Sallusti, voi forse non lo sapete ma è uno scontro che dura da due secoli e mezzo: l’illuminismo da una parte, la barbarie dall’altra, sia che si chiami progrom antisemita, genocidio degli armeni, nazismo, sia che prenda le forme dell’ultimo rantolo dell’odio wahabita, anch’esso peraltro fiorito nel 700.

Siamo qui a seppellire l’ultima guerra fredda, il Corriere usa questa bella frase detta da Obama per raccontare la sua visita a Cuba, il colloquio con Raúl Castro, il disgelo dopo 60 anni di guerra fredda – e talvolta anche calda – contro la rivoluzione di Fidel e del Che.

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