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Un requiem per Matteo Renzi politico

“Non si scappa nei momenti di difficoltà”. Matteo Renzi rassicura Ezio Mauro: “Ero stato tentato di lasciare la politica. Un p0’ per curiosità un po’ per arroganza”. La sconfitta “brucia”, perché “abbiamo ancora un’occasione storica” ma “nessuno ci toglierà i mille giorni che abbiamo fatto, straordinari. E soprattutto nessuno potrà toglierci il futuro”. Un futuro fotocopia del passato. Perché il passato, secondo Renzi, è stato un grande successo, per l’Italia una vera rivoluzione: anche se il Pd, partito di cui è segretario, non sembra averlo compreso: “Vede, il Pd potrebbe vantarsi di un Jobs act votato dalla sinistra, di unioni civili votate dai cattolici, della legge sul caporalato e del miliardo e otto stanziato per la povertà, degli oltre 17 miliardi di recupero dalla lotta all’evasione, dell’abbassamento delle tasse. Invece i nostri votano in Parlamento, e tacciono nel Paese, anche sulle cose più positive”. Continua la lettura di Un requiem per Matteo Renzi politico

Dieci volte No

No, No, No e ancora No a questa barbarie. Ecco i titoli dei giornali: “Assedio a Renzi”, la Stampa, che aggiunge: “Renzi contro tutti. Dunque la riforma è già bocciata visto che è la riforma di uno solo? Di che parliamo! “Renzi – Grillo il rush finale”, Repubblica. Allora votiamo per il governo, Pd o 5 Stelle, domani scegliamo il premier? Il Corriere torna a Palazzo Grazioli, da Berlusconi, il quale evoca “brogli della sinistra”. “Sfida finale sugli italiani all’estero”. È impazzito? In realtà ad evocare questa schifezza è stato proprio il premier: “quel 3% di voti (per corrispondenza, non necessariamente segreti) può cambiare tutto!” Alcuni suoi zelanti corifei hanno divulgato un un sondaggio (violando la legge?) che attribuirebbe 500mila Sì in più dentro quei mille sacchi. Insomma la Renzi&Company potrebbe ancora vincere, grazie alla madonna pellegrina Maria Elena e a qualche console che con la scheda ha mandato agli elettori dell’estero la letterina del premier (pare però con buste e bolli pagati dal partito di cui è segretario) che intimava di votar Sì. Per il bene d’Italia, si capisce. “Mille sacchi di voti dall’estero, l’hangar dove può cambiare tutto!” fa eco la Stampa. Delrio, invece, fa pesare sugli elettori la minaccia del grande abbandono: “Se vince il No, Renzi andrà al Colle”. Si dimetterà. “Se invece vinco”, fa eco Lui, “non ci saranno elezioni anticipate”. Perché che fa, se perdi sciogli tu le Camere? A Torino Grillo corteggia la sconfitta: “Fallire è poesia più forti se perderemo”. Ti credo, se vince il No è probabile che Matteo Renzi non riesca a cambiare la legge elettorale su cui aveva posto tre volte la fiducia (Silvio non gli farà questo dono) e al ballottaggio saranno i 5 Stelle a espugnare il Palazzo. Continua la lettura di Dieci volte No

A proposito del popolo sovrano

“Sul referendum la sovranità è degli elettori”, titolo del Corriere, frase del Presidente della Repubblica. Non era poi così difficile ricordare all’ambasciatore Phillips che l’Italia è un paese sovrano e che solo i cittadini italiani decidono sulla costituzione. Ma Renzi ha taciuto. Perché Phillips è un suo amico, anzi un vicino di casa: “sono sempre quei 20 chilometri (tra Borgo Finocchietto e Rignano) ha notato Bersani. Ma soprattutto perché Renzi si sente (e così vuole essere percepito) alfiere di un confronto globale della politica e della ragione contro l’antipolitica e l’avventura. Renzi come Merkel, Hollande, Clinton e Cameron. Delirio di onnipotenza? In parte, in qualche momento torna alla memoria Berlusconi, quando vantava il ruolo decisivo che avrebbe avuto nei vertici internazionali. Ma c’è anche altro. La “politica” (sia di destra che di sinistra) da tempo ha scelto di chinare la testa davanti alla volontà delle multinazionali, dei mercati e dei signori del web, di chi preme “invio” sul tablet e muove migliaia di miliardi. Beninteso i governanti dell’occidente non sono “servi”, e poi in qualche modo noi cittadini li abbiamo votati. No, finché sono lassù, ritengono che il mondo globalizzato abbia bisogno di loro, si considerano politici del “possibile”, provano a ridurre il danno, cercano di tamponare le falle che continuamente si aprono su questa nave-mondo che proiettata verso il pensiero unico, la trasformazione del cittadino in consumatore, la fine della storia si trova a disseminare la terra di danni collaterali, fame, guerre, esodi. Funziona? Non più. Cameron, allontanato dal potere per aver perso il Brexit (e non gli è servito l’appoggio di Obama) è stato appena posto sotto accusa dal parlamento britannico per la guerra contro Gheddafi. Continua la lettura di A proposito del popolo sovrano

15 anni buttati via

11 settembre, 15 anni fa. Che cosa dovremmo ricordare di quel giorno? Che fu un attacco contro la mondializzazione capitalista (le torri del commercio mondiale) e la potenza militare (un aereo kamikaze prese di mira il Pentagono) che la sosteneva. Un atto di guerra in nome di una lettura dell’islam vecchia di due secoli e mezzo che perorava il ritorno a costumi medievali (donne velate, guerrieri dalle barbe incolte, distruzione di monumenti e immagini, guerra a ogni forma di cultura in quanto potenzialmente corruttrice). I responsabili erano vicinissimi (imparentati, protetti, collusi) con il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Ed essi stessi (Bin Laden & Co) erano stati armati, reclutati e utilizzati nella guerra contro il nemico sovietico in Afganistan. L’obiettivo degli assassini all’ingrosso era costruire una base operativa e un punto di riferimento ideale per la loro jihad (in Afganistan con l’alleanza tra Bin Laden e il Mullah Omar, Al-Qaeda e i Talebani). Dal primo momento fu chiaro (a chi avesse occhi per vedere e orecchie per ascoltare) che la “guerra” contro questa forma di mondializzazione reazionaria e disumana avrebbe dovuto essere innanzitutto ideale, la riaffermazione della nostra superiorità, della difesa dei diritti e delle libertà per tutti. Evidente era altresì la necessità di proteggere e appoggiare i nemici di Al Qaeda: poco prima dell’attacco alle torre gemelle Massoūd fu ucciso da kamikaze che finsero di intervistarlo con una telecamera bomba. E che era indispensabile rivedere le nostre alleanze mettendo alle strette le monarchia reazionarie del golfo che pagavano e pagano gli imam integralisti, proteggevano e proteggono i terroristi. Continua la lettura di 15 anni buttati via

La battaglia del referendum

La battaglia per il referendum. Con il sì della Cassazione, i 500 mila consegnati da Boschi e soci (che hanno avuto il merito di raccogliere le firme), le difficoltà economiche dei comitati per il No (rimasti all’asciutto del finanziamento pubblico), con i contorcimenti prevedibili in seno al governo tra chi vorrebbe rinviare il voto fin quasi a dicembre e chi invece rompere gli indugi e farci pronunciare prima dell’approvazione della legge di stabilità, il treno referendario è finalmente partito. Il parlamento ha deciso di modificare 47 articoli della costituzione. C’era bisogno di cambiarne tanti? Qualunque costituzionalista, anche il più acceso sostenitore delle riforme, vi risponderebbe no, ma, c’è sempre un ma. Così, grazie alla volontà di potenza del duo Boschi-Renzi e al senso di colpa di un parlamento che si sentiva illegittimo, così si è riuscito a cambiarla la Costituzione. In un altro modo forse non si sarebbe riusciti. Non c’è la prova, ma nemmeno quella contraria. Dunque? Continua la lettura di La battaglia del referendum

Che cos’è “guerra”?

Sbarca il premier, scontri a Tripoli, Corriere. “Si spara sul governo dell’ONU”, Repubblica. Prima ancora di insediarsi, dunque, il governo Serraj corre il rischio di apparire uno dei tanti governi “fantoccio” inventati dall’occidente, dal Vietnam in poi: lo ha scritto Paolo Mieli, sconsigliando ogni intervento militare italiano. “Renzi non ci porterà a fare la guerra in Libia neppure se gli puntano la pistola alla tempia”, assicurava ieri un senatore renziano, che un tempo era stato dalemiano, forse suggerendo la superiore astuzia del premier attuale (perché D’Alema disse sì alla guerra dei Balcani e mal gliene incolse). La Stampa, che ieri aveva parlato di “intervento militare” oggi ridimensiona: “Libia, pronti gli addestratori italiani”. Dunque, bombardamenti, supporto logistico, istruttori ma non 5mila soldati italiani inviati a “pacificare” le tribù in guerra. Secondo il Fatto: “Per Renzi è l’ora della verità: dovrà dire a Obama che intervento farà in Libia”. Il giornale di Travaglio collega alla crisi libica anche lo scontro Italia Egitto, per le vergognose menzogne su Regeni. Non ha torto: al Sisi sostiene il generale Haftar, nemico del “governo” Serraj, ultima speme o “fantoccio” della “comunità internazionale”. Continua la lettura di Che cos’è “guerra”?