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Renzi suona la campanella per il Pd

Scissione sì, scissione no

Che fare o con chi farlo?

Chi staccherà la spina a Gentiloni?

Caffè scritto, oggi. Perché la versione audio video, per la fretta – stamani sono stato ospite a Omnibus e devo correre in commissione Antimafia – mi pareva lunga e sfilacciata.

L’America si ribella – scrive Repubblica – Obama: in pericolo i nostri valori. Importantissimo questo ribellarsi della piazza, ma anche di uomini delle istituzioni (la ministra della giustizia a interim, nominata da Obama, ha detto no al bando di Trump sull’immigrazione e il presidente l’ha dovuta sostituire in tutta fretta). Ed è vero che gli Stati Uniti non sono una dittatura e che Trump non può fare a meno e a lungo del Congresso e della Corte suprema. Ma è vero anche che un’America ha votato per Trump e condivide ancora, purtroppo, le sue posizioni muscolari (muro con il Messico, bando sull’immigrazione). Se l’America dei diritti non saprà diventare anche l’America che combatte le disuguaglianze e lo strapotere delle multinazionali e dei fondi, una parte del popolo continuerà per qualche tempo a fidarsi più di Trump. Naturalmente se fra 2 anni i repubblicani perdessero le elezioni di medio termine, tutto tornerebbe in gioco. Ma non vedo possibili impeachment immediati. Continua la lettura di Chi staccherà la spina a Gentiloni?

Il riformismo punitivo

C’è un Renzi che diffida di Renzi e si ribella ai consigli del guru italo americano, Messina, che ha assoldato per correggere la sua comunicazione. Non mi credete? Ecco il titolo del Corriere: “L’Europa non finisce con la Brexit”, frase del premier. Peccato che il messaggio coerente con le ambizioni del vertice di Ventotene avrebbe dovuto suonare piuttosto così: “Il mondo ha bisogno di una Europa libera e unita”. Ottimista e proiettato verso il futuro, evocativo del lavoro fatto in un buio passato da Spinelli, da Rossi e Colorni. Invece la lingua di Matteo batte dove il dente duole. Così gli scappa quella negazione, “l’Europa non finisce”, che quasi afferma. E il riferimento al voto popolare (in Gran Bretagna) che ha messo in difficoltà i governi d’Europa. Certo, quella voce ha dato una mano al Corriere per fare un titolo che non dispiacesse al premier, ha permesso alla Stampa di cavarsela con un generico “messaggio all’Europa” inviato da Ventotene. Più fattuale. International New York Times titola: “i leader dell’Unione cercano una strada dopo Brexit”. “Tre leader in difficoltà esorcizzano Brexit”, commenta il manifesto. Mentre Adriana Cerretelli del Sole nota che “l’anfitrione (Renzi) è inciampato sulle priorità dell’agenda nazionale” ma “Angela Merkel non si è dimostrata condiscendente”. E Repubblica da un lato tonifica la frase di Renzi togliendo quella fastidiosa negazione e restituendole l’entusiasmo “Ecco la UE del dopo Brexit”. Dall’altro gela il tutto con la frase della Merkel: “la flessibilità c’è già”. Continua la lettura di Il riformismo punitivo

Renzi corregge Renzi

Renzi corregge Renzi. “Referendum, comunque vada si voterà nel 2018”, è infatti il titolo oggi del Corriere della Sera. Ma era stato proprio lui, il premier, a minacciare le dimissioni del governo, non solo anche la sua rinuncia a far politica, le déluge, come avrebbe detto Luigi XV, e naturalmente il voto anticipato, magari con la legge di stabilità in alto mare, se quei gaglioffi di italiani non avessero votato Sì alle riforme Boschi-Renzi. Ora Renzi dice: Non è un voto su di me…ho sbagliato a personalizzare il referendum…non può essere Renzi contro tutti…per colpa mia che ho sbagliato è diventato una sorta di dibattito internazionale su tutto”. Lo dice alla Versiliana, intervistato dal conduttore che probabilmente preferisce, Paolo Del Debbio: ho sentito io stesso Renzi che ne tesseva lodi sperticate, portare a esempio – in una assemblea Pd – il “raffinato” populismo di questo giornalista berlusconiano. Continua la lettura di Renzi corregge Renzi

Le peggiori riforme della nostra storia

Addio Senato, Repubblica. “Sì alla nuova Costituzione”, Corriere. “Renzi, il paese è con me. Guiderò la campagna elettorale”, Stampa. 361 sì su 630 deputati. La Camera ha approvato, in via definitiva, la riforma costituzionale. Le opposizioni fuori dall’aula o, come si dice, sull’Aventino. É un passo avanti per il paese? No, con questa riforma si fanno due passi indietro. La Costituzione del ‘48 era chiara, comprensibile a qualsiasi ragazzo di terza media. I 47 articoli riscritti sono un guazzabuglio, idee confuse espresse peggio: leggete e inorridite. Non si cambia la forma del governo, che resta parlamentare. Ma, con una sola camera e la nuova legge elettorale, si sceglierà direttamente il premier, attribuendogli nel ballottaggio il premio di maggioranza (340 deputati su 630). Il premierato c’è, di fatto e quindi senza contrappesi. Il presidente della Repubblica perde il potere di nomina del presidente del consiglio e persino quello di sciogliere la camera, la cui maggioranza non sarà più autonoma dal premier che l’ha costituita. Continua la lettura di Le peggiori riforme della nostra storia