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A caldo, su Macron presidente

Ha attraversato da solo la Cour Napoléon du Louvre, accompagnato dalle note dell’Inno alla Gioia, simbolo d’Europa. Poi, sempre da solo sul palco, ha parlato con dietro la piramide di vetro voluta da Mitterrand e accettata Chirac, al tempo sindaco di Parigi. Ha ringraziato chi lo ha votato senza condividerne il programma, solo per sbarrare la strada alla Le Pen. Poi si è rivolto anche al popolo della Le Pen dicendo “sarò il vostro presidente, perché non abbiate più motivo di votare per le estreme”.

Tutto troppo perfetto in questo suo esordio da presidente di Emmanuel Macron. Tutto studiato nei dettagli e recitato a puntino. Con una grande voglia di piacere a tutti e una ferrea volontà di essere “à la hauteur” della storia di Francia. Prima del discorso del Louvre, Macron aveva parlato dal suo quartier generale. Anche lì solo davanti a una telecamera. Discorso solenne, rivolto alla nazione, da vero monarca repubblicano. Continua la lettura di A caldo, su Macron presidente

L’incertezza al tempo di Trump

La destra prova a reagire

“Mi ricandido”, la quarta volta di Angela Merkel, Corriere della Sera. Ancora Lei, dopo 11 anni. Con l’endorsement di Barack Obama e la speranza della destra tedesca che la cancelliera sappia ancora tener testa all’estrema destra. Sia chiaro, è l’unica statista che abbiamo in Europa. Ma ha delle grandi colpe. Ha convinto i suoi connazionali che i paesi del sud, quelli che si godono le brezze mediterranee, lavorano poco e campano a debito. Solo il popolo tedesco, con i suoi sacrifici, porterebbe sulle sue spalle il peso dell’Europa. Così ha nascosto che grazie all’Euro e la politica del pareggio di bilancio, la Germania stava riempiendo le sue casse di riserve valutarie e capitali. Non ha spiegato che la sua egemonia sull’Europa stava donando alla Germania quello che il Reich non era riuscito a strappare con due guerre: una disponibilità finanziaria all’altezza del potenziale industriale. Ma così un buon affare potrebbe essere avvertito dai tedeschi come un sacrificio. Ha accolto migranti siriani, colti e disperati – anche questo un buon affare – ma quando la polizia tedesca ha allentato la guardia, lasciando la piazza di fine anno a orde di immigrati repressi e misogini, quel buon affare è parso ai tedeschi un errore. Ha puntato su Cameron e si è trovata la Brexit. Perderà la spalla Hollande, altro cavallo perdente. Ha aperto ai confratelli dell’est, come lei vittime della memoria sovietica, e si è trovata Orban. Ha appoggiato Maidan (la rivoluzione ucraina) ed è finita in rotta di collisione con Putin, fornitore di gas e prezioso partner commerciale. Ha affermato un’idea della destra, ma se ne trova una molto diversa, quella di Trump. Ha lasciato che i suoi ministri criticassero Draghi, che pure ha salvato l’Europa a guida tedesca. Ha affondato la Grecia senza onore né ragione. Puntava Renzi e lo ha scoperto inaffidabile. Il suo populismo, tedesco e prudente, rischia di non essere più compreso in Germania. Continua la lettura di La destra prova a reagire

Il fallimento delle elites

Il mondo a Erdogan: fermati! Questo titolo, di Repubblica, riassume in sé i timori, le speranze, l’impotenza delle elites occidentali davanti a quel che sta succedendo Istanbul. Fermati! Bisognava dirlo a Erdogan quando si è fatto protettore dei fratelli musulmani e poi ha stretto alleanza con gli wahhabiti. Fermati! Bisognava gridarlo quando il governo turco ha sostenuto l’Isis pur di liberarsi da Assad. Quando ha rotto la tregua con i curdi prendendo a bombardare le postazioni oltre confine dalle quali combattevano l’Isis poi i loro villaggi all’interno della Turchia. Fermatevi, siete pazzi, il vostro è il secondo esercito della Nato! Lo si sarebbe dovuto dire ai generali turchi, che quanti lacci hanno con l’alleanza atlantica, quando abbatterono un aereo russo. Fermatavi! Bisognava dirlo al governo e al partito del presidente quando in Turchia si è votato per due volte nel 2015 in mezzo alle stragi e agli attentati, usando attentati e stragi per vincere nelle urne con la strategia della tensione. Quando i giornalisti venivano arrestati e imputati di alto tradimento perché avevano portato prove dei rapporti con l’Isis, quando i giornali venivano chiusi e un avvocato difensore dei curdi ucciso per dare l’esempio. Invece la Nato ha scelto Erdogan contro Putin, Invece Angela Merkel ha promesso ai turchi la libera circolazione e, domani, l’ingresso in Europa, a condizione che fermassero in Asia il viaggio verso Berlino dei profughi siriani. Continua la lettura di Il fallimento delle elites

Londra addio!

BREXIT è fatta. I giornali in edicola lo ignorano, confortati da sondaggi sbagliati, ma una maggioranza di cittadini britannici ha votato per abbandonare l’Europa. Per il Leave il 51,89% degli elettori, per il Remain il 48,11. La Manica si trasforma da ponte che era in muro d’acqua. La City piange per gli affari perduti. La borsa di Tokio, che lavora quando da noi è notte, lascia 8 punti. Molti londinesi corrono a cambiare sterline con dollari o con euro. La moneta britannica è già ora ai minimi degli ultimi 31 anni. “We are out”, dice Nigel Farage e parla di “Independence Day”, ma gli indipendentisti scozzesi rispondono “il nostro futuro è nella UE”, Sinn Fein chiede già un referendum che permetta all’Irlanda del Nord di lasciare il Regno Unito per unirsi all’Irlanda. Obama cerca Cameron, cancellerie europee in subbuglio, Marine Le Pen chiede il referendum anche in Francia. Renzi rinvia la direzione del Pd. Continua la lettura di Londra addio!

Il conquistatore

Il vero nemico da battere è il pessimismo, scrive Matteo Renzi nella eNews numero 429. Nella quale si mostra accanto a Merkel e Obama, in mezzo a un gruppo di operai sorridenti della Terna e si attribuisce il merito del ritorno di Girone. Che volete di più? “Il 2 giugno? Un’Italia migliore”, fa eco sul Corriere della Sera, il Presidente Mattarella. “Festa del 2 giugno senza opposizione”, osserva la Stampa a proposito della festa di ieri al Quirinale, con Boschi e Giannini, la #buonariforma e la #buonascuola, a fare da star. “250 per il Sì”, esulta Repubblica, e fra costoro nientemeno che Federico Moccia e Susanna Tamaro. Però si arrende pure Benigni: in nome della bellezza italiana – dice oggi a Ezio Mauro – voterò Sì al referendum. Poi ancora il premier a Napoli, con Valente e contro De Magistris, sempre lui che intervista Giachetti e ringrazia Bersani che lo voterà. 70 anni dopo, sembra proprio che la Repubblica sia di Matteo Renzi.

Poi certo ci sono i dubbi, restano i gufi. “Piazze vuote senza comizi”, scrive a pagina 9 il Corriere della Sera a proposito di amministrative. E si chiude quanti domenica andranno a votare. Paolo Conti narra “il grande assedio dei partiti (io direi soprattutto partiti di governo) che non vogliono perdere la Rai”. Certo, le banche temono e la borsa va giù, come ammette il Sole24Ore. Ma la voglia di arruolarsi nelle fila del rignanese trionfante sembra incontenibile tra gli addetti ai lavori: giornalisti, professori universitari, politici, imprenditori. Insomma l’intera classe dirigente, l’Italia dell’alto, quella che ha voce, che va alle feste, che si frequenta e che si celebra è tutta con lui. Racconto unico, operazione d’immagine riuscita.

Miracolo italiano, sveglia francese. François Hollande è al 14% nei sondaggi, Nicolas Sarkozy al 21 e Marine Le Pen, prima, al 28%. Questo scrive oggi Le Monde. La gauche di governo, la gauche della Terza Via, di Blair e di Renzi, non supererebbe in Francia il primo turno. E la figlia del legionario fascista e razzista Jean Marie Le Pen rischia di essere votata presidente nel 2017. A meno che i Repubblicani non preferiscano Alain Juppé a Sarko. Già oggi il settantunenne sindaco di Bordeaux, liberista ma politicamente dignitoso, è in testa ai sondaggi con il 35% degli attestati di stima e vincerebbe nel ballottaggio contro qualsivoglia avversario. Vi segnalo infine che Mélanchon, candidato possibile delle sinistre non socialiste alle presidenziali, è quotato intorno al 12%, appena due punti meno di Hollande.

Falluja, Mosul, Raqqa, città dell’Iraq e della Siria “amministrate” dal Califfo, stanno per cadere. O almeno cadrebbero in poche ore se i nemici decidessero di attaccare. Da Falluja già si vedono i carri armati dell’esercito iracheno, appoggiati dall’aviazione americana. Per la verità le milizie (volontarie) sciite sono ancora più vicine al centro città, ma non entrano per non urtare la sensibilità a stelle e strisce e non attizzare nuove paure nelle popolazioni sunnite che ancora, nonostante tutto, abitano la città. Su Mosul dovrebbero invece marciare i Peshmerga curdi, addestrati anche da noi italiani. Quanto a Raqqa in Siria, la Turchia protesta per il sostegno americano alla milizia curda YPG, che Erdogan considera “una banda armata si terroristi”. Insomma i fanatici del Daesh possono fare strage di ragazzi innocenti e disarmati al Bataclan, ma sul campo la loro forza militare e politica fa ridere. Solo che “i buoni” i nostri alleati, restano divisi e incerti. Perché hanno nel loro campo il Cavallo di Troia di fiancheggiatori del terrorismo, come l’Arabia Saudita, che condivide la stessa visione oscurantista dell’Islam, come il sultano Erdogan che prepara per i Curdi la fine degli Armeni.