Il patto è servito.Caffè del 13 novembre

Nel giorno in cui operai della ThyssenKrupp di Terni, minacciato di licenziamento, hanno occupato per alcune ore l’autostrada del sole, un certo Carbone,cooptato nella segreteria del Pd, ha scritto – immagino per compiacere Renzi: un tweet che così recita: “il ponte servito”. Perché la CGIL ha indetto uno sciopero generale di 8 ore il 5 dicembre, vigilia di un ponte. Landini ha risposto “non siamo fancazzisti”, uno sciopero costa e lo paghiamo caro. Giusto e se lo sciopero di venerdì consente un po’ il tempo per i figli e gli affetti, ci sta quella data, è nella tradizione. Piuttosto nessuno ha pensato che quello di Carbone poteva essere stato in realtà un lapsus freudiano. Non ponte, patto avrebbe voluto scrivere. Sì oggi il patto è servito! E ha un sapore stantio, un retrogusto amaro, non democratico.

Berlusconi e Renzi si sono incontrati – lo specchio di Giannelli ne restituisce l’immagine con la faccia dell’uno sul corpo dell’altro- e hanno deciso che la legge elettorale sarà votata in Senato entro dicembre, che cento capilista saranno bloccati -questo significa, tanto per fare un esempio, che tutti gli eletti di Grillo saranno scelti da Grillo-, hanno deciso che il premio di maggioranza spetta al partito – dunque se Renzi ripetesse l’exploit delle europee, superando la soglia del 40%, la legge gli regalerebbe altri 120 deputati-, hanno deciso di non essere completamente d’accordo sullo sbarramento ai partiti minori, che ora Renzi vuole molto basso – gli fa comodo una polverizzazione di partitini ai quali contrapporre il suo partitone della nazione-  mentre Berlusconi vorrebbe soglie più alte per indurre almeno Alfano e Meloni a ricoverarsi sotto le sue ali.

Ah, dimenticavo: avrebbero deciso pure che non si vota prima del 2018. Ma queste sono promesse da marinaio -se no perché farebbero la legge elettorale così in fretta- promesse, cioè, esposte a venti e flutti della contingenza economica e politica.  Corriere: “Così l’intesa”. Repubblica: “C’è il patto”. La Stampa: “Resta il nodo sbarramento”. V’ho risparmiato i due nomi, che echeggiano in ogni titolo. Stefano Folli scrive: “Perché il cavaliere ha scelto di perdere”. Segreto di pulcinella: perché vuole restare attaccato al tavolo in cui si sceglie il futuro presidente della repubblica e ottenere vantaggi per le aziende! Il Giornale introduce un altro elemento: “un pezzo del Pd molla Renzi”.

Il male oscuro. Caffè del 12 agosto

Chiedo scusa a chi si ostina a leggermi se non apro con Moody’s e le polemiche sull’articolo 18 ma non ce la faccio a prendere sul serio chi serio non è. In Iraq il presidente della Repubblica, su consiglio americano, ha negato il terzo mandato da Premier a Al Maliki (quello di cui Bush lodò “l’impressionante” capacità di leadership!). Al Maliki ha subito schierato le truppe speciali nella zona verde di Bagdad. Il nuovo primo ministro anch’egli sciita, Haider Al Abadi, dovrebbe provare (tardi, troppo tardi) a costruire un governo con Curdi, Sunniti, Cristiani. Al Malichi, rigetta i consigli pure di al Sistani, guida spirituale degli sciiti, e si prepara alla guerra, visto che la guerra bussa a Bagdad.

Ma la guerra è perduta, secondo gli osservatori. Il Califfato islamico non ha bisogno di strade, ospedali, di una borsa per gli affari. Per ora si nutre delle fosse comuni con gli Yazidi, del censimento dei cristiani per non farli più tornare se non convertiti. Sa fare la guerra e, come un cuneo, ha diviso l’Iraq curdo e quello sciita. Sergio Romano, in un fondo intitolato “L’ostinazione del Presidente”, chiede un intervento militare di terra degli Stati Uniti: l’Egitto apprezzerebbe e pure la Turchia – spiega Romnano – e l’Iran di Rouhani si sentirebbe sollevato. Non sono d’accordo. Ci sarà pure un motivo se l’unica superpotenza rimasta ha perso tutte le guerre intraprese. Il motivo è semplice: quando gli americani arrivano, i nemici si coalizzano.

E si capisce: armi e interessi americani hanno fabbricato l’incubo medio orientale, hanno nutrito Saddam e Ben Laden prima di indicarli come nemici pubblici, hanno commesso “crimini di guerra” – inevitabili quando ci si batte col terrore delle perdite per l’effetto devastante, in patria, dei soldati che tornano nei sacchi di plastica. Gli americani hanno sostenuto tutte le guerre di Israele, che certo è l’unica democrazia medio orientale, ma non una democrazia per arabi né musulmani, sciiti o sunniti. Sono visto come marziani i soldati a stelle strisce, rappresentano quello che è negato ai nativi. Obama non può fare il gendarme in Medio Oriente perché l’America appare l’untore non il medico.

Hilary Clinton accusa, invece, Obama di non aver armato i ribelli anti Hassad in Siria. A tempo debito, prima che finissero nelle mani dei macellai islamisti! Può darsi che abbia ragione. Ma detta così è solo una sparata elettorale. Come l’altra della Hilary, a sostegno del governo di Netanyahu nell’ultima guerra di Gaza. Le colpe dei bambini morti, tutte di Hamas, dice la signora. Bernardo Valli, nel suo reportage parte proprio da qui: gli abitanti di Gaza ce l’hanno con Hamas per aver usato le loro case e i loro figli come scudo? Sì, sono arrabbiati. Qualcuno dice “Hamas vale una scarpa” (Ricordate la scarpa lanciata contro Bush?). Però l’orgoglio nazionale, le cronache di quei razzi che spaventavano Israele e bloccavano per poche ore l’aeroporto di Tel Aviv, hanno fatto crescere il consenso per Hamas, al minimo prima della guerra di Netanyahu.

Non ho soluzioni? Non ne ho. Il Papa prega e fa benissimo. Enzo Bianchi, priore di Bose, scrive : “quando si calpesta la dignità umana si offende Dio, quando si invoca Dio per fare la guerra lo si bestemmia!”. Se la dignità umana, la libertà di fede, il lusso di poter prendere l’acqua al mattino senza rischiare la vita, e l’altro privilegio, il diritto a una terra, divenissero criterio ispiratore dell’intervento economico, medico-sanitario e diplomatico di Stati Uniti e Europa…Chissà? Gino Strada sarà un matto, ma non c’è evidenza scientifica. La pazzia di George W Bush è  conclamata.

Una forma di cupa insania si rivela pure nei titoli dei giornali. “Moody’s gela l’’Italia sul PIL”, Stampa.”L’articolo 18 spacca il governo”, Repubblica. “Banana Repubblic”, quella di Tavecchio nuovo capo del calcio, per il Fatto.  “Ora Alfano scopre i vu comprà”, il Giornale. Chiacchiere da ombrellone. Tutti sappiamo cosa c’è da fare. Draghi lo ha spiegato e se lo facciamo da soli, tanto meglio. Ma è chiaro che farlo costa. Come scrive Luca Ricolfi. Siamo “abbastanza ricchi per poterci permettere ancora qualche anno di inerzia, ci siamo tuttavia impoveriti così tanto e così bruscamente, fra il 2007 e oggi, da non osare più consumi avventati”.

Non si muove foglia nella palude Italia, né basta la grinta di un premier (finalmente) giovane e combattivo. Allora meglio buttarla in caciara. Aiutiamo gli industriali a licenziare! Quando loro per primi sanno che dovrebbero assumere e investire, non farsi frenare da corruzione e burocrazia, né strozzare dalle banche che non scuciono un euro se non impegni la casa della moglie, dall’assenza di una politica industriale, dalle tasse sul lavoro e sul reddito tanto più salate in quanto ricchi e mafiosi e finanzieri continuano a evaderle. Non dite che sulla crisi manca la proposta. Solo è difficile perché rompe le uova del privilegio.

La depressione non perdona. Apprendo che Robin Williams si sarebbe tolto la vita. Sapeva strappare un sorriso, ma non riusciva a sorridere. Anche l’Italia, purtroppo, gli somiglia. È invidiata nel mondo, ma Lei non si invidia. Per salvarla servirebbe coraggio. E tenacia.

Silvio con Dudu in braccio. Il caffè del 12/11

È un giorno d’attesa e i giornali volano basso. “Battaglia su casa e sconti Irpef”, titola Repubblica. Battaglia? In realtà, per ora, solo scaramucce, manovre. La Stampa: “Niente Irpef fino a 12mila euro”. Bonfrisco, PDL, e Sangalli, Pd, hanno presentato due emendamenti che, entrambi, prevedono l’abolizione dell’imposta per chi dichiara meno di 12mila euro lordi. Costerebbe un miliardo e 800milioni e togliendo risorse per aiutare chi è in difficoltà: Fassina ha dei dubbi. Il Giornale annuncia: “Prove di tassa unica”, si dovrebbe chiamare TUC e salverebbe tutte le prime case. Il Corriere guarda al futuro: “Stretta sui capitali all’estero”. La Svizzera rinuncerà all’anonimato e Saccomanni spera di far rientrare denaro in Italia e tasse nell’erario, condonando le penalità, ma solo a chi non sia già oggetto di un accertamento fiscale.
Il Fatto se la prende con la casta. “Gli onorevoli vogliono la mancia. Ci provano tutti: migliaia di emendamenti alla legge di stabilità per far arrivare finanziamenti ai loro sostenitori”. È un bel tema. Tuttavia mi chiedo cosa possano fare di meglio e di diverso i senatori della commissione bilancio, i conti dei saldi li fa (quando li sa fare) il ministero del Tesoro. Le scelte politiche, se si debba detassare la proprietà, vendere le spiagge, inventarsi un altro condono oppure proteggere gli esodati, finanziare cassa integrazione in deroga, assistere i disabili, si giocano sul tavolo delle larghe intese e della durata del governo, in un braccio di ferro che ha come incognita la decadenza di Berlusconi. Decidono Letta, Berlusconi, Alfano.
Ecco che gli “eletti” rispondono agli “imput,” come si dice, delle categorie e dei “territori” da cui provengono. Ragusa non ha una strada decente, altri precari della scuola chiedono certezze, e poi ci sono i terremotati d’Abruzzo! Certo anche i militari, i taxisti, i farmacisti. Il senatore senza politica, risponde alle migliaia di mail, promette, emenda, poi, davanti all’obiezione che manca la copertura, trasforma in ordine del giorno con raccomandazione al governo. Intanto dà pubblicità al suo fare. Certo, così diventa terminale d’interessi particolari.
Ma in realtà è quel che vogliono tutti coloro che urlano ai talk show contro la “politica”. Quelli che propongono una realtà semplificata: siete voi i cattivi, noi i buoni. Nostri i bisogni, vostro il senso di colpa. E vi bombardiamo di mail, insulti, manifestazioni sotto casa, Funziona così la mitica “rete” per i 5 Stelle, così il “territorio” per deputati e senatori del Pd, così i gruppi di interesse organizzati per il PDL. Rompere un tale schema si potrebbe, ma affermando l’idea di un interesse comune (non dunque sempre il mio, immediato), tornando a discutere di politica insieme, cittadini e parlamentari. Smettendola di gridare solo: vergogna!
E la politica? Che fa il PDL, si spacca? Provo a immaginare un monologo. Silvio con il barboncino in braccio. “Caro Dudu, se tiro la corda e costringo Letta a porre la fiducia in Senato sulla stabilità, potrò votare contro e spiegare che questo governo non ha buone idee, né quid. Però faccio un favore ad Alfano, che si presenterà come salvatore del governo, del meglio meno che niente. Se invece accetto un compromesso, avallo un pasticcio qualunque sulla finanziaria, allora li metto in mutande quelle serpi che mi sono allevato in seno. Voglio proprio vedere le loro facce quando il Senato voterà la decadenza. Fate cacciare il vostro leader, voi complici di un omicidio politico? Però Dudu, se questi hanno la faccia come il culo e restano con Letta, che figura ci faccio? Sembrerò io lo sconfitto, costretto a cacciare dal partito chi non mi ha difeso, lo scoglio su cui naufraga l’unità dei moderati. Rompere sulle tasse o sulla decadenza? Caro Dudu, that is the question”.

Pd, gli elettori chiedono. Il Caffè 15 settembre

Enrico Letta va dicendo che se cade il (suo) governo tutti dovremo pagare l’IMU e la prossima legge finanziaria ce la farà l’Europa.  Ma, dei giornali, non molti gli corrono dietro. E se lo fanno mostrano, a me pare, un certo imbarazzo. Il Sole24Ore intervista il commissario europeo per l’economia: “Rhen, un altra manovra? Dovrà decidere l’Italia”. Solo nel sottotitolo si cita Letta: “ma se cade il governo si paga l’IMU e la legge la fa Bruxelles”. Il Corriere della Sera, tornato in edicola dopo uno sciopero di 24 ore contro l’alienazione della storica sede di via Solferino, annuncia: “Piano per blindare i conti”. Che vuol dire? Una nuova “finanziaria”, come fa temere il Sole, rinuncia a qualche investimento già annunciato, aumento dell’IVA. Presto lo sapremo.
Repubblica non se l sente di fare il titolo che dovrebbe. “Basta, B. ci ha stufato, abbaia e non morde. È una pistola scarica”. Allora si attacca all’ultimo scontro, direi uno “scontrino”. “Berlusconi, scontro sul voto segreto”. A pagina 2 il giurista Onida spiega che i cittadini avrebbero diritto di sapere chi vota perché il cavaliere resti in Senato e chi invece vuole che le leggi siano rispettate anche nel suo caso. Ma aggiunge: “deroga una tantum vietata”. Sallusti, direttore del Giornale, sfiancato dai continui voltafaccia del Cav (mercoledì non ritirerà i ministri né riunirà i gruppi parlamentari) prende la palla al balzo: “Vogliono cambiare le regole. Imbroglio in vista” Mentre Il Fatto ronza come un calabrone intorno alle scelte quirinalizie: “E Amato istruì la testimone. Non fare i nomi, niente frittate”. Si tratta di una telefonata, penalmente irrilevante, in cui il craxiano dottor sottile consigliava a una signora di difendere il marito coinvolto in un’inchiesta per tangenti, ma “senza fare i nomi di altri”.

 

Tutto sommato, meglio la Stampa. La modestissima “novità” della politica “Letta: se cade il governo si paga l’IMU”, impaginata sotto una foto grande del segretario di stato americano John Kerry e del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. Il titolo forte dice: “Siria, intesa USA – Russia. Ultimatum ad Assad: 7 giorni per consegnare la lista delle armi chimiche”. E questa è una notizia. Non si parla di intervento militare ma si mette Assad sul banco degli imputati. E fra una settimana avremo il rapporto sull’uso del gas. Il segretario dell’Onu promette “prove, non accuse” contro Assad. Certo, poi, i commentatori non credono che l’accordo Kerry – Lavrov sia del tutto sincero, sospettano che la Russia farà marcia indietro davanti al rischio che le Nazioni Unite condannino formalmente Assad, premessa per rovesciarlo. Ma se è vero che i “ribelli” sunniti, filo Qatar e Turchia e amici dei Fratelli Musulmani, sono delusi perché il blitz non c’è stato, è vero pure che il regime siriano vede annacquarsi l’accordo su cui contava di Iran e Russia. Su la Stampa, da non perdere l’intervista a Leonardo Boff, ex francescano, teologo della liberazione brasiliano. Dialoga con Papa Francesco e parla ora bene anche di Ratzinger, “che ha avuto il coraggio di difendersi”. Nella chiesa, come nel mondo, qualcosa si muove.

 

In 24 ore ho partecipato a 3 feste democratiche, perciò il punto che avevo promesso per le ore 20 è diventato saltuario. A Pordenone, Bassano del Grappa e Padova con Casson. Dovunque molto interesse e una forte richiesta di cambiamento. Ecco le domande del pubblico, ieri sera a Padova: “Perché ogni volta che B. chiede tempo per salvarsi da una sconfitta, glielo diamo?” “Come affrontare il congresso senza che ci si dia conto del tradimento dei 101?”. “Perché abbiamo sempre evitati di fare i conti con il conflitto di interesse?” ”Perché non facciamo subito la legge elettorale, il porcellum è un insulto ai cittadini”. Poi certo, a notte tarda, a tavola con i dirigenti, torna il problema del posizionamento, di chi scegliere per il congresso, “il movimentista”, “quello del “proviamo a vincere”, quello del “no a un uomo solo al comando”. Ma nessuno ha dubbi: il partito vivrà solo se avrà il coraggio di parlare di politica, superare le larghe intese, dire all’Italia cosa vuole la sinistra e misurarsi con il giudizio degli elettori. Quanto alla scelta congressuale, spiego sempre che la cosa giusta è vedere le carte: chiedere a Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella come rispondono alle domande dei nostri elettori, che proposte fanno, quali impegni sono disposti a prendere. Stasera sono a Palermo per ascoltare Gianni Cuperlo

Con rispetto e gratitudine, signor Presidente. 24 luglio

La democrazia in Italia è diversa che in Cina. Da noi i diritti di rappresentanza non spettano solo a chi condivida il Grande Sforzo Comune dettato dal Partito Comunista al potere. L’ingegnere Marchionne se ne deve fare una ragione. La Cassazione ha detto, nelle motivazioni, come l’escludere dalla rappresentanza un sindacato che non firmi l’accordo costituisca una discriminazione. E come possa costituire una posizione di privilegio per qualche sindacato più collaborativo. Lezione amara per Fiat. Tanto più che, come scrive la Stampa, è possibile una “Svolta sui contratti flessibili (con) deroghe su contratti a termine e apprendisti”. Il riferimento è all’accordo siglato da Cgil, Cisl, Uil a Milano per l’Expo.
Anche il Corriere titola su Expo, ma la notizia di peso è in alto a destra, come si dice in gergo, “di spalla”. Il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ci spiega quale sia, a suo giudizio, “una delle più dannose patologie italiane”. Provate a immaginare. L’evasione fiscale? La corruzione diffusa, l’ipoteca delle mafie sull’economia? No, per il nostro Presidente è “il frequente e facile ricorso a elezioni politiche anticipate”. Rispondendo a una lettera aperta di Fausto Bertinotti, Napolitano spiega come non ci sia stato e non ci sia, da parte sua, “nessun congelamento o impedimento (parole grosse) della libera dialettica democratica”. Il suo sostegno, vigile e appassionato, alle larghe intese, cioè la protezione offerta al governo Letta, e prima al governo Monti, derivano – lo spiega bene la lettera – da un’esperienza, per lui, dolorosa: dall’aver dovuto “sciogliere le camere nel 2008″, prendendo atto “dello sfaldamento della maggioranza” e dall’aver “dovuto penare” per non scioglierle nel 2011 (suicidio del governo Berlusconi) e nel 2013 (subito dopo le elezioni). La capiamo, Presidente, ma lei provi a capire noi. A noi sembra che in questi 5 anni (2008 – 2013), per responsabilità in primo luogo di Berlusconi e del gruppo dirigente del Pd, ma con la sua fattiva collaborazione, si sia operata una mutazione genetica della nostra democrazia costituzionale. Innanzitutto per via di quella legge elettorale, Presidente, che lei ha più volte stigmatizzato e che toglie all’elettore il diritto di scegliere l’eletto e spinge i partiti a riunirsi in coalizioni impossibili, assicurandogli un premio di maggioranza probabilmente incostituzionale.
Le ricordo innanzitutto, Presidente, come Lei sia stato eletto, in forza di quella legge, da una maggioranza (di centro sinistra) che non sentì (allora) il bisogno di sottoporsi alle pratiche consociative (?) e selettive della prima Repubblica (che avevano portato all’elezione di uomini come Pertini, Scalfaro, Ciampi). Poi nel 2008, è probabile che non potesse fare altro che sciogliere le Camere, davanti alla crisi dell’Unione e alla richiesta pressante di Berlusconi. Anche, con il dovuto rispetto signor Presidente, un tentativo di convincere Veltroni a far nascere un governo al solo scopo di, e solo per il tempo indispensabile, cambiare la legge elettorale, forse avrebbe potuto farlo. Nel 2011, lei dice? Ma la maggioranza che aveva sostenuto Berlusconi si era liquefatta già da tempo, e il leader si era mostrato palesemente non in grado di guidare l’Italia in gran tormenta. Lei ha atteso tra il 2009 e il 2011, ha rinviato. Perché non voleva apparire un presidente “di sinistra”, perché le forme della sua elezione le hanno procurato una sindrome di Stoccolma nei confronti della destra? Fatto sta che, quando alla fine Berlusconi si è dovuto arrendere, lei, in nome dell’Europa, ha impedito che l’Italia sanzionasse il politico che aveva tanto amato per vent’anni ma che alla fine la aveva profondamente delusa. Nacque il Governo Monti, governo del Presidente. Un governo, tuttavia, quasi subito posto sotto ricatto da chi aveva portato il paese in rovina. Si ricorda, Presidente, quando Alfano rifiutò di partecipare a un vertice della maggioranza, stabilendo che di televisioni e giustizia non ci si poteva occupare? Ma governo che Ella ho sostenuto fino all’ultimo, supplendo all’imperizia politica e alla logorrea televisiva dei tecnici che Lei stesso aveva selezionato.
Poi finalmente il voto, sia pure sempre con la legge porcata. E dopo il voto, Lei che fa? Come ricorda nella lettera al Corriere, “Bersani ebbe (da me) l’incarico, senza alcun vincolo o limite, di esplorare la possibilità di una maggioranza diversa”. Sembra un gioco di parole. Un mandato solo esplorativo, ma senza vincolo e limite. Doversi limitare ad esplorare è il più pesante dei vincoli, il più cogente dei limiti imposti. Qui io l’accuso, con stima sincera e grande gratitudine per quel che ha fatto per il mio Paese, ma l’accuso di aver, inconsapevolmente, costruito le condizioni del suo secondo incarico presidenziale. Di aver gettato le basi per le cosiddette “larghe intese” e per la costituzione di un governo Letta – Alfano. Sarebbe infatti bastato consentire che un governo Bersani si presentasse davanti al Parlamento, per verificare se Grillo e i senatori a 5 Stelle si fossero davvero resi indisponibili all’unica proposta di cambiamento in campo, sarebbe bastato questo per sbloccare la legislatura. Forse avremmo avuto, in caso di bocciatura di Bersani, una maggioranza composta da PDL, Scelta Civica e una parte del Pd, o a una maggioranza Pd, Scelta Civica e una parte del PDL, o ancora si sarebbe cambiata la legge elettorale per tornare subito al voto senza ricatti.
Siamo invece passati a una Repubblica Presidenziale di fatto. Perché, caro Presidente, né Obama né Hollande avrebbero mai potuto pronunciare in Parlamento quel discorso che Lei si è concesso dopo la seconda investitura, e che è stato, ahimè, applaudito a scena aperta da Parlamentari Indisciplinati e pronti ad affidarsi al giudizio di un Sovrano. L’uomo – Lei, caro Presidente – che da 5 anni è, a giudizio di molti, dominus e deus ex machina della nostra politica, ha fustigato la politica avvalendosi della terzietà che la Costituzione del 48 prevede per il Presidente Garante.
Repubblica titola “Voto di scambio, la rivolta dei Pm”. Pare che il provvedimento fortemente voluto da “Libera”, approvato dalla Camera e ora in attesa di approvazione definitiva in commissione giustizia al Senato, possa avere il verme nascosto nelle pieghe di due parole. Perché il reato sia perseguito occorre infatti che il politico sia “consapevole”, sappia cioè che sta accettando voti di mafia, e che il mafioso non solo offra ma “procacci” quei voti. Non saprei. Sono tuttavia convinto che questo modo di procedere, un provvedimento per volta, da contrattarsi a fatica con la “strana maggioranza”, non possa costruire niente di solido. Sarebbe diverso se il Parlamento affrontasse, insieme, una serie di misure contro la corruzione, il falso in bilancio (che permette di costruire i fondi neri per corrompere), l’auto riciclaggio e il voto di scambio politico mafioso.
Ma la notizia di Repubblica, secondo me, è un’altra. Ezio Mauro entra nel club. Di quelli che non credono più alle sorti gloriose e progressive della stabilità a ogni costo. Quelli che non credono che congelando il governo per due anni (periodo durante il quale il Pd divorzierà definitivamente con i suoi elettori), poi si risolveranno i problemi del paese. Grazie al salvifico semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea e alla Grande Riforma Costituzionale chiesta da Napolitano. Il Direttore della Repubblica dice invece a Letta “La vera riforma è abolire il porcellum”. Da farsi subito. Poi vedremo il resto. Cosa posso aggiungere? Benvenuto nel club! Nell’intervento (3 minuti e 20 secondi) che il Presidente del Senato non mi fece concludere, e nel quale motivavo la mia fiducia, pure molto critica, al governo Letta, si sostenevano più o meno le stesse tesi dell’editoriale di Repubblica. Tre mesi fa. La ciliegia sulla torta è un magnifico “pezzo” di Barbara Spinelli, sempre su Repubblica. “Se la stabilità si trasforma in idolatria”, è il titolo.
Infine, ma non per ultimo, Alma e Alua. Due interviste. Quella del Fatto, al ministro centro africano, Sende. “Alma, il passaporto è regolare. Avvertimmo Roma, inutilmente”. Quella del Giornale, all’ambasciatore del Kazakistan. “Mai fatto pressioni su Alfano. Ablayzov è un delinquente”. Oggi Emma Bonino interviene al Senato. Speriamo che riporti presto Alma e Alua in Italia, se non dovesse riuscirci, almeno Marco (Pannella) le toglierebbe il saluto.

Mobbasta. Il caffè del 21 luglio

Ieri ha fatto sentire, tuonante, la sua voce lo statista Brunetta. “Ma quale rimpasto, vogliamo un patto di legislatura”. L’alleanza Pd – PDL  una volta “di necessità, che diventa organica. Un’alleanza, cioè, che duri l’intera legislatura, offra una coperta a Berlusconi (potrebbe cadergli sul capo un nuovo processo Ruby per aver comprato il silenzio di ragazze e mezzani), traghetti il PDL verso un nuovo Partito Popolare (anche Casini sembra interessato), depuri il Pd di quei radicali liberi, ancora di sinistra, che potrebbero impedirne un sicuro approdo moderato.
La Repubblica: “Il PDL boccia il rimpasto, Letta frena”. E il ministro Zanonato promette: “In autunno via l’Imu e stop all’Iva”. Ecco il governo del fare. Senza ironia. Tutto sommato è meglio realizzare, con i pochi soldi disponibili, le promesse di Berlusconi che continuare a rinviare. Ma nuove ombre si addensano. Il Corriere della Sera titola “Federalismo, tasse record”. E si dimostra che la pressione fiscale locale è cresciuta del 500 per cento in vent’anni, che le addizionali comunali sono passate in 10 da 500 milioni a 4 miliardi, che le province spendono il 90 per cento in stipendi e affitti. Non sono dati nuovi, l’essenziale lo avevamo già letto e segnalato dal sole24Ore, e raccontano una realtà davvero allarmante. Ma sparati così dal Corriere, con Stella e Rizzo scatenati, fanno presagire che dopo gli sgravi fiscali, saranno i tagli alla spesa locale la priorità su cui dovrà misurarsi al governo.
Sempre sul Corriere, parla l’inoppugnabilmente inconsapevole Alfano e dice due cose. La prima, nel titolo: “non c’è una terza via tra questo esecutivo e il caos”. La seconda, nel cuore dell’articolo: “non vogliamo neanche pensare che si possa estromettere per via giudiziaria l’uomo più votato della storia”. Avvertimento alla Cassazione. Restituzione di favori. A Berlusconi che lo ha salvato, il vice presidente del consiglio promette protezione. Dai giudici. D’altra parte Angelo Panebianco ci spiega che così il mondo va e così deve andare. Il prestigio internazionale dell’Italia non esce bene dalla vicenda kazaka – spiega – ma neppure dal rinvio dell’acquisto degli F35. Le questioni internazionali (e le commesse militari) bisogna gestirle, tutte, lontano dai riflettori, magari con un bel segreto di stato che regga alla curiosità dei media, onde trovarsi poi a subire schiaffi (dagli americani), come nella vicenda Abu Omar.
Congresso Pd. Eugenio Scalfari, nell’omelia domenicale, si augura che non vengano presi provvedimenti per i 3 senatori che non hanno votato contro la sfiducia ad Alfano, pur essendo presenti, e per i 3 che non l’hanno votata essendo assenti. Ma poi spiega a Michele Serra che l’idea del “cambiamento” così come egli ne aveva parlato in riferimento all’89, è ormai anacronistica. Il cambiamento funziona con la modernità ma lontano da piazze e rivoluzioni, dunque nel 700 non ancora giacobino o nell’epoca d’oro della Belle Epoque. Tutto il resto è oscurità. Che dire? Da tempo non usa ispirarsi al 1917, non suona bene neppure riferirsi alle lotte sindacali e socialiste di fine Ottocento, ora sappiamo – Ratzinger lo aveva anticipato – che ci tocca maneggiare con molta prudenza anche la Grande Rivoluzione. Posso umilmente aggiungere un’esperienza personale. Uno  straordinario professore di Storia Moderna, Virgilio Titone, mi spiegava con entusiasmo come la Parigi dei caffè fosse altra cosa dalla Parigi rivoluzionaria. Ricordo però che quando alludeva alle  sue idee politiche, si definiva “borbonico” quel bravo professore.
Ancora sul congresso del Pd. #Mobbasta è un grido di dolore e un manifesto politico. I ragazzi di OccupyPd non ne possono più. Ma, come diceva il  cattivissimo istitutore de “La Corale”, “a ogni azione corrisponde una reazione” (punitiva). E la reazione dell’apparato potrebbe essere una mozione congressuale che assicuri, senza se e senza ma, pieno sostegno al Governo Letta -Alfano fino al 2015.  Non è una cattiva idea, almeno servirebbe a chiarire l’orizzonte politico nel quale ci si intenda muovere. Onde evitare vicende come quella siciliana.
Leggo dai giornali. Purtroppo non ho potuto prender parte alla riunione, alla quale ero stato invitato, della Direzione Regionale. La direzione ha intimato l’alt  al Presidente Crocetta e al Senatore Lumia. Basta con il “megafono”, formazione politica che ha affiancato il Pd in Sicilia per le elezioni al Senato, ma poi si è presentata alle amministrative talvolta con il Pd (e alle sue condizioni) talvolta in alternativa. Ma Crocetta è arrivato tardi, as usual, ha detto che non ha intenzione di farsi imporre nuovi assessori alla Regione, ha minacciato di sostenere una sua giovane candidata come segretario regionale e ha ventilato una sua sua stessa candidatura per la leadership nazionale. Qual’è il succo? Che non si è parlato di politica, che le correnti (in Sicilia più che altrove) somigliano a cordate personali, che la questione morale viene usata … per chiedere spazio vitale.   Che un bilancio del governo Crocetta non è stato tentato. Così come non è stata avviata una riflessione né sul voto politico né su quello amministrativo. In compenso i candidati a tutto sono tutti pronti.

Adele Gambaro espulsa in Rete.Intervento al Senato

Ho imparato da ragazzo che il Parlamento va rispettato e che, dentro il Parlamento, sarebbe bello che ci rispettasse. Penso che il rispetto reciproco imponga un certo ritegno a intervenite ciascuno nelle vicende dell’altro. E tuttavia anche l’indifferenza reciproca mi parrebbe un errore.
Desidero perciò dire due parole ai colleghi del Movimento che, secondo tutti gli osservatori, ha vinto le elezioni di Febbraio, e dunque ha attirato su di sé tutti i riflettori. Io ho rispetto per il loro travaglio. Non è facile crescere così rapidamente, affrontare responsabilità nuove, rispondere a un’attenzione dei media ovviamente esasperata dalla novità che, nella politica italiana, d’un colpo, si è venuta a creare. Ma con questo rispetto dico a questi colleghi, dico a voi Senatori del Movimento 5 Stelle, che non mi convince l’uso che state facendo della Rete.

L’esclusione di una esponente dal gruppo è un processo doloroso, si può essere d’accordo o no. Ma quando si chiede, e si ottiene, una sorta di giudizio di Dio in Rete, allora credo, cari colleghi, che si rischi non di escludere ma di linciare. I processi dell’Inquisizione avevano bisogno della folla, che non aveva pane e mangiava invidia : questa folla accompagnava il condannato al rigi. E al tempo della Grande Rivoluzione divennero famose  le tricoteuses, che facevano la maglia, all’ombra della Ghigliottina.  Oggi, invece, si viene chiamati a scaricare il proprio umore con un tweet, con un post, e, così facendo, a esprimere una sentenza in rete. Pensateci.

La democrazia da Atene a Roma ha sempre avuto bisogno di regole, di voti segreti quando si tratta di giudizi che investono le persone, di pesi e contrappesi, di responsabilità da parte di chi decide. Se posso chiudere con un consiglio non richiesto, inserite (inseriamo) in Rete il germe (creativo) del dubbio. Alla rete non chiediate certezze né tanto meno di condividere responsabilità che devono restare nostre (o vostre).

Sangue per il giuramento. Il caffè del 29 aprile

“Volevo uccidere i politici”. “Spari e paura nel giorno del governo”. Se i due grandi quotidiani, Repubblica e Corriere, titolano così, Il Giornale trova un gioco di parole per attribuire la responsabilità dell’accaduto: “Il grilletto”. “Chi le spara e chi spara. Dopo mesi di irresponsabile campagna d’odio da parte di Grillo….”. Sì, sono sciacalli, questi amici dei nostri alleati di governo. Lo sottolinea Il Fatto: “Gli sciacalli subito all’opera”
Innanzitutto solidarietà e affetto al brigadiere Giuseppe Giangrande, che è nato a Monreale, vive a Prato con una ragazza di 24 anni, la figlia Marina, ha perso la moglie 4 mesi fa, era in trasferta a Roma, per servizio e, forse, per arrotondare lo stipendio. Colpito da un proiettile al collo, è stato operato per 3 ore. Preoccupa una lesione al midollo.

Lo sparatore, che voleva uccidere “i politici” e per questo è andato a Palazzo Chigi (evidentemente non sapeva che i ministri giurano al Quirinale), ha mirato alla testa e alle gambe per far male, evitando il giubbotto anti proiettili. Disperato per la crisi? Misuriamo le parole. Umiliato, per la perdita dell’impiego, era il bracciante Giuseppe Burgarella, che si è tolto la vita a Trapani, tenendo tra le mani quella Carta Fondamentale che salda dignità della persona e lavoro.

Giuseppe Preiti, da Rosarno, che a 50 anni non compiuti si sente già  “finito”, gioca e scommette, la moglie l’ha lasciato e torna dalla madre. A lei pare abbia chiesto qualche euro, ha preso la sua pistola, comprata al mercato nero anni fa, se ne è venuto in treno a Roma, piccolo hotel del centro, e con indosso giacca e cravatta è andato a sparare. Cercando così di riprendersi un posto non nella realtà ma nella rappresentazione del reale. E ci è riuscito: per un po’ tutti parleremo di lui. Il consumatore, frustrato, si offre al consumo. Molto americano. E folle, non è sbagliato dirlo.

Il simbolo, tuttavia, è evidente. Ieri qualche rete televisiva, per non farsi mancare niente, ha diviso in due lo schermo. Da una parte i ministri che giuravano ignari e sorridenti. Dall’altra i corpi per terra, il sangue sul collo di Giangrande, il ghigno di Preiti, subito immobilizzato dai nostri bravissimi carabinieri. Secondo me è lampante. Non se ne esce con misure di sicurezza né con scorte né chiudendo la zona rossa intorno ai Palazzi. Se ne esce solo con la buona politica. Con il confronto, stando fra la gente. Un bravo, dunque, a Emma Bonino e Enzo Moavero Milanesi, ministri che, appresa la notizia, sono andati a piedi dal Quirinale a Palazzo Chigi.

Giannelli sul Corriere disegna un Enrico Letta che sembra De Gasperi, in croce dentro lo scudo democristiano. “18 aprile 1948 – 28 aprile 2013. Maggioranza assoluta. “La rivincita dei democristiani”, titola Il Foglio.  Moriremo, dunque, democristiani, si chiedeva il grande Luigi Pintor? Moriremo berlusconiani, fa eco Ilvo Diamanti su Repubblica. La tesi è semplice e non molto originale: Berlusconi “ha perso le elezioni ma ha vinto il dopo elezioni”. Perché Bersani “non ha vinto..ma ha cercato di agire da vincitore”. Insomma, colpa del segretario Pd, della sua fola di un governo per il “cambiamento”, dell’umiliante giro di valzer con Crimi e Lombardo.

Non sono d’accordo. Diamanti sottovaluta quanto i talk show e la legge porcata abbiano cambiato la costituzione materiale dei vecchi partiti. I 101 del Pd che hanno tradito Prodi nell’anonimato somigliano ormai come gocce d’acqua ai ministri del PDL. Questi dicono “mi consenta”, gli altri “con viva e vibrante” ma, insieme, si sentono casta, si arroccano “nel palazzo”, come luogo della politica contro “la piazza”, che lasciano ai demagoghi.

La colpa di Bersani è di aver voluto rompere l’incantesimo e non esserci riuscito. Poi, da funzionarrio fedele, tra franchi tiratori e pressioni dal Colle, ha rimesso il carro dove voleva il padrone. Nelle mani del governo Letta – Alfano.

Mal di pancia? Io proprio non ne ho. Di un governo (per l’emergenza) c’è bisogno. Nello schema (sbagliato) Pd – PDL, il compromesso trovato da Letta non è il peggiore. E  posso votare la fiducia. Anche se molti elettori mi ricordano, a ragione, come in campagna elettorale tutti dicessimo: mai con Berlusconi. Posso votare, ma a condizione che il Pd non esaurisca la sua politica nel sostegno a questo governo. A condizione che non rinunci a cercare il bandolo del suo suicidio. Al confronto nei gruppi parlamentari e con gli elettori. Magari a tornare a dire “qualcosa di sinistra”. Se no, di un altro Berlusconiano di complemento, proprio non se ne sente il bisogno.

“Il governo frutto dell’insuccesso Pd” dice oggi Fabrizio Barca a Cazzullo, Corriere della sera. Ha ragione. “Richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi”. Inevitabile. Poi apre a Renzi, leader che “con il sorriso, senza retorica, guardando avanti….crede di potercela fare”. Tutto qui. Barca, Renzi, Rodotà, che ieri ha rilasciato una bellissima intervista a Fazio. Si può fare? Se no, ognuno per la sua strada.

Cronaca di un disastro! Il caffè di sabato 20 aprile

Di nuovo al Capranica, l’unica sala, in zona Montecitorio, che contenga tanti Grandi Elettori quanto ne ha il Pd. È la terza volta in tre giorni che ci convocano lì. Sempre all’ultimo minuto e per sms. Il partito che bene o male (male) aveva conquistato il premio di maggioranza alla Camera, e comunque più Senatori dei concorrenti. Quello che sentiva il dovere di proporre, lui agli altri, in nome del Presidente della Repubblica. Di scegliere tra linee politiche tutt’affatto diverse : accordo con Berlusconi per Marini, splendido isolamento, con Romano Prodi. Ora non può pretendere più nulla. Partito mai nato, da una freddissima fusione delle sinistre Dc con i sopravvissuti del PCI. Oggi, un partito sepolto da veti incrociati, da sfiducia e sospetti, e dall’irresponsabilità del suo gruppo dirigente allargato.
Si vede bene quanto Bersani tenga alla sua dignità. In piedi, a dar conto del suo disastro, sembra Aiace a cui non resta che morire con l’arma nel pugno. “Uno su quattro ha tradito. Non posso accettarlo. Ecco le mie dimissioni”. Il capitano non abbandona la nave. Con Zanda e Speranza, consulterà le forze politiche. Sopporterà battute arroganti e, peggio, sorrisi di compassione, fino alle elezione del Presidente della Repubblica. “Non un minuto dopo”.Non c’è altro da dire, tutte le parole sono consumate. Il segretario lascia il Capranica, e senatori e deputati non credono a quel che sta succedendo. Un gruppo di donne occupa il palco : prendiamoci l’assemblea. No, questa volta meglio non parlare. Cosa c’è da dire?Poche ore prima, nello stesso cinema, sono le 9. Quando Bersani pronuncia quel nome, Romano Prodi, l’assemblea applaude. Tutti in piedi. Votiamo comunque, aveva azzardato il timido Zanda. Sì, ma pro forma, per alzata di mano. E tutte le mani si erano levate. Unanimità, orgoglio di partito, nel nome del Fondatore richiamato dal Mali come una bandiera.
Ho trascorso l’intera giornata del 19 a leggere, e a rispondere, alle centinaia di messaggi, messagi di amici, sostenitori, conoscenti, che mi chiedevano : perché no Rodotà. Già, perché no? A me, a molti in questa sala, sembrava e sembra il nostro candidato ideale. Ma Bersani quel nome non lo ha mai pronunciato. Sembra che non l’abbia inteso, Stefano Rodotà : non pervenuto! E tuttavia votare Prodi significa dire addio all’inciucio, Prodi riunisce il partito ferito. Alla “quarta” scrivo Romano Prodi. Lo vota SEL, ma segnando la scheda, con un R.Prodi, per evitare che correnti interne al Pd non attribuiscano poi all’alleato le frecce con cui hanno trafitto Romano. Quale sfiducia, giustificata! Lo votano tutti (credo tutto) quelli che, come me, hanno contestato a viso aperto il pasticcio commesso con la candidatura Marini. Quel confondere “unità della nazione” e “baratto con Berlusconi”, quel subire i veti del Caimano “mai Prodi” , “Mattarella, inaffidabile perchè fu contro di noi al tempo della Mammì (legge sulle televisioni)”. Ma ora è diverso, il Pd ritrovarsi nel passato per muovere passi più coraggiosi verso un futuro incerto. Noi votiamo Prodi. Ma altri cento, no. Uno su quattro, i traditori.
Chi sono? Non voglio saperlo. Cercargli sarebbe dargli importanza. Sono loro i veri “miserabili”, parola inappropriata scoppiata nella bocca della Finocchiaro contro Matteo Renzi. Il quale ora giura : noi no! Non fino a questo per affondare Bersani. Per aprire la strada alle elezioni, sulle rovine di quello che fu il partito democratico.
Non conosco i traditori, non li voglio guardare in faccia. Questo io so. Che la responsabilità del disastro é di Pierluigi Bersani, del leader che mi ha convinto ad accettare il ruolo di capolista per un partito in cui non avevo mai creduto. Che tante volte avevo criticato.Bersani che raccoglie la sfida di Renzi e manda in frantumi il patto di sindacato tra le correnti, ex Margherita ed ex Ds. Bersani che confina nelle soffitte democratiche padri fondatori e capi bastone. Non gliel’hanno perdonata! NAveva rinnovato come mai prima i gruppi parlamentari e introdotto la parità di genere, tante donne quanti uomini. Ma poi si era fermato, stanco. Paura dell’ignoto? Responsabilità, tutta emiliana, verso i fratelli maggiori a cui aveva rubato il gioco? Chissà.
Una campagna elettorale gestita in solitaria simbiosi con un gruppo di fedeli, troppo sicuri di sé dopo “il miracolo delle primarie”. Una sconfitta che lascia sopravvivere la speranza, o forse il sogno, di formare un governo, di minoranza ma per “il cambiamento”. Poi il muro di gomma di Napolitano. Bersani “il concreto” diventa “l’ostinato” Bersani. Il leader ambizioso che tiene in ostaggio il paese. Sempre più solo. Non fa discutere i gruppi parlamentari. Incarica Zanda e Speranza, di consultare in confessionale chi dovrà votare per il Presidente. Tu che gli hai detto? E tu? Intanto Tornano nella bocca del segretario e del suo vice, Letta, parole antiche. Ma i segni si ribellano, i significati cambiano : “nostra la responsabilità di indicare il lPersistente”, “larghe intese”, “condivisione”. Per inseguire il fantasma di un governo per il cambiamento, Bersani si era fatto sbeffeggiare dalla Lombardi, per condividere un nome per il Colle, neppure una telefonata a quel galantuomo che risponde al nome di Stefano Rodotà. Che al Pd non ha chiesto niente e ha dato molto.
E ora? Bianca, no. Torniamo a votare Rodotà! È quello che molti elettori ci chiedono. Ma subito dopo ogni fumata nera, riuniamo i gruppi e votiamo su ogni novità che dovesse intervenire. Proposta da altri, perché noi abbiamo perso il diritto di brucare un terzo candidato. Chiediamo intanto, senza neppure aspettare l’elezione del Presidente, ai Circoli Democratici di riunirsi Convochiamo le assemblee di chi ha votato per le primarie (gli elenchi ci sono). Riunionindei gruppi parlamentari e consiliari, degli amministratori locali, dei democratici che lavorano nel sindacato. A ciascuno e a tutti chiediamo di pronunciarsi su quattro che dividono e che dovranno unire : noi e l’Europa, noi e il finanziamento pubblico, noi e il PDL, noi e il Movimento 5 stelle.
Molto più di un semplice congresso, aperto alla coalizione “Italia bene comune”, se ancora è in campo. Non proprio un congresso. Ogni struttura si scelga un porta voce. L’elezione dei gruppi dirigenti dovrà essere a un secondo tempo, quando sarà più chiaro il perimetro del partito. Da salvare o rifondare.Questo pensa uno che ha meno diritto di altri a dire la sua. Ma il silenzio sarebbe vile.

Le spine e la rosa. Il caffè del 10 aprile

Crolla il potere d’acquisto delle famiglie. La Consulta dà ragione al governo e non alla Procura si Taranto, l’Ilva continuerà a produrre e vendere, i magistrati a indagare. Al porto di Trapani la Coppa America è affare di mafia, altri sequestri milionari dopo quelli dell’eolico, forse si stringe il cerchio intorno al boss Messina Denaro. Ma i titoloni sono tutti per Bersani e Berlusconi che si sono visti, faccia a a faccia, per un’ora o giù di lì. “Rosa di nomi”,”Rosa per il colle”,”Miracolo, si parlano”. Corriere, Repubblica, Giornale segnalano il bicchiere mezzo pieno, solo Il Fatto avverte che “l’inciucio non decolla” e Libero vede le “spine” della rosa.Di cosa hanno parlato? Di Quirinale e non di Governo. Bersani ha detto a Berlusconi di non volere imporre un nome a maggioranza (avrebbe quasi i numeri per farlo, alla quarta votazione), anzi di sperare che si possa eleggere il nuovo Presidente già  il 18 aprile, con grandi numeri, come previsto dalla Costituzione. Berlusconi non ottiene lo scambio, uno dei suoi al Colle in cambio del via libera a Bersani per Palazzo Chigi. E incassa male quel “ti conosco mascherina”, metafora sulla sua inaffidabilità, che il segretario del Pd gli aveva lanciato in faccia la mattina, ad Agorà. E se Altan ci invita a non muoverci, zitti e fermi che forse si dimenticano di noi! Giannelli insinua che dietro la maschera di Berlusconi  ci sia il volto di Napolitano, vero dominus dell’attuale fase politica. Appena l’altro ieri, in effetti,  il Presidente della Repubblica aveva tuonato contro il “moralismo fanatico”. E ieri le conferenze dei capi gruppo di Camera e Senato hanno lasciato soli “i fanatici moralisti” delle 5 stelle a chiedere che si insediassero le commissioni parlamentari. Eppure si potrebbe fare. Il Parlamento potrebbe cominciare a lavrate, sia pure a bassa intensità, anche se non abbiamo ancora un governo nè una maggioranza e un’opposizione definite. Non lo proibisce la Costituzione, di insediate le commissioni, e neppure il regolamento. Sarebbe solo più difficile spartirsi le Presidenze, senza sapere chi sarà maggioranza e chi opposizione. E, certo, non si potrebbe garantire una bella camera con vista sul centro di Roma, come premio di consolazione, a chi ambiva una poltrona di governo o uno strapuntino da sottosegretario. I partiti demonizzati, derisi, sbeffeggiati dalla retorica giornalistica anti casta, restano  padroni del Parlamento. Ne riparleremo in questo blog.Tornando alle intese “coraggiose” del 1976, oggi Pigi Battista, sul Corriere, riprende l’esempio storico fatto da Napolitano. E la foto storica mostra una stretta di mano tra Moro e Berlinguer. A parte il fatto che è proprio difficile immaginare Berlusconi nei panni di Moro, mi sono permesso di ricordare ai senatori del Pd che Democrazia Cristiana e Partito comunista controllavano, nel 76,  la stragrande maggioranza dei voti. Nelle elezioni di febbraio scorso, PDL e Pd hanno perso, insieme, oltre 9 milioni di consensi. Quelle tra Bersani e Berlusconi non  sarebbero,dunque,  “larghe intese”. Al massimo un piccolo arrocco nel Palazzo. Un’occupazione dello spazio politico istituzionale, mentre nel Paese trionfano disincanto e sfiducia. E cova la rabbia. Nicola La Torre ha sostenuto che la vera iattura della seconda repubblica sarebbe stata la guerra frontale tra gli schieramenti. Credo che lamentasse il fallimento, per responsabilità di Berlusconi,della Bicamerale per le Riforme, presieduta da D’Alema. In ogni caso  siamo passati dallo scontro frontale alla guerra di movimento. Berlusconi spara contro i giudici che lo “perseguitano”, contro la Costituzione che impedisce di governare, e l’Europa che complotta contro di lui. Ma vuole essere “legittimato” da un accordo con ilPd. Grillo dice “siete morti tutti”, ma ne vuole morto soprattutto uno, il Pd, reo di essere ancora un partito e di non aver rinunciato a presidiare il territorio. In questo schema, mentre La Torre, Minniti e altri cercano intese con l’ex “principale avversario”, Berlusconi affida  a Grillo il compito di levare la sedia (il consenso) da sotto il sedere del Pd. Allora, non cedendo al gusto del paragone con il passato, mi sono permesso di ricordare agli amici del Pd da dove origini lo psicodramma delle alleanze (inseguiamo Grillo o forse no? Intese con il giaguaro, quanto ci costa? Certo con Monti, ma contro Camusso?). Al tempo del PCI e della guerra fredda, l’identità si considerava scontata, fuor di discussione. Le alleanze diventavano croce e delizia della politica, mezzo necessario per uscir di trincea. Ma nel mondo senza più l’identità non può più essere per nessuno un “a priori”. Il Pd dovrebbe dirsi cosa vuol fare, prima di chiedersi con chi farlo.

Di Corradino Mineo