Con rispetto e gratitudine, signor Presidente. 24 luglio

La democrazia in Italia è diversa che in Cina. Da noi i diritti di rappresentanza non spettano solo a chi condivida il Grande Sforzo Comune dettato dal Partito Comunista al potere. L’ingegnere Marchionne se ne deve fare una ragione. La Cassazione ha detto, nelle motivazioni, come l’escludere dalla rappresentanza un sindacato che non firmi l’accordo costituisca una discriminazione. E come possa costituire una posizione di privilegio per qualche sindacato più collaborativo. Lezione amara per Fiat. Tanto più che, come scrive la Stampa, è possibile una “Svolta sui contratti flessibili (con) deroghe su contratti a termine e apprendisti”. Il riferimento è all’accordo siglato da Cgil, Cisl, Uil a Milano per l’Expo.
Anche il Corriere titola su Expo, ma la notizia di peso è in alto a destra, come si dice in gergo, “di spalla”. Il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ci spiega quale sia, a suo giudizio, “una delle più dannose patologie italiane”. Provate a immaginare. L’evasione fiscale? La corruzione diffusa, l’ipoteca delle mafie sull’economia? No, per il nostro Presidente è “il frequente e facile ricorso a elezioni politiche anticipate”. Rispondendo a una lettera aperta di Fausto Bertinotti, Napolitano spiega come non ci sia stato e non ci sia, da parte sua, “nessun congelamento o impedimento (parole grosse) della libera dialettica democratica”. Il suo sostegno, vigile e appassionato, alle larghe intese, cioè la protezione offerta al governo Letta, e prima al governo Monti, derivano – lo spiega bene la lettera – da un’esperienza, per lui, dolorosa: dall’aver dovuto “sciogliere le camere nel 2008″, prendendo atto “dello sfaldamento della maggioranza” e dall’aver “dovuto penare” per non scioglierle nel 2011 (suicidio del governo Berlusconi) e nel 2013 (subito dopo le elezioni). La capiamo, Presidente, ma lei provi a capire noi. A noi sembra che in questi 5 anni (2008 – 2013), per responsabilità in primo luogo di Berlusconi e del gruppo dirigente del Pd, ma con la sua fattiva collaborazione, si sia operata una mutazione genetica della nostra democrazia costituzionale. Innanzitutto per via di quella legge elettorale, Presidente, che lei ha più volte stigmatizzato e che toglie all’elettore il diritto di scegliere l’eletto e spinge i partiti a riunirsi in coalizioni impossibili, assicurandogli un premio di maggioranza probabilmente incostituzionale.
Le ricordo innanzitutto, Presidente, come Lei sia stato eletto, in forza di quella legge, da una maggioranza (di centro sinistra) che non sentì (allora) il bisogno di sottoporsi alle pratiche consociative (?) e selettive della prima Repubblica (che avevano portato all’elezione di uomini come Pertini, Scalfaro, Ciampi). Poi nel 2008, è probabile che non potesse fare altro che sciogliere le Camere, davanti alla crisi dell’Unione e alla richiesta pressante di Berlusconi. Anche, con il dovuto rispetto signor Presidente, un tentativo di convincere Veltroni a far nascere un governo al solo scopo di, e solo per il tempo indispensabile, cambiare la legge elettorale, forse avrebbe potuto farlo. Nel 2011, lei dice? Ma la maggioranza che aveva sostenuto Berlusconi si era liquefatta già da tempo, e il leader si era mostrato palesemente non in grado di guidare l’Italia in gran tormenta. Lei ha atteso tra il 2009 e il 2011, ha rinviato. Perché non voleva apparire un presidente “di sinistra”, perché le forme della sua elezione le hanno procurato una sindrome di Stoccolma nei confronti della destra? Fatto sta che, quando alla fine Berlusconi si è dovuto arrendere, lei, in nome dell’Europa, ha impedito che l’Italia sanzionasse il politico che aveva tanto amato per vent’anni ma che alla fine la aveva profondamente delusa. Nacque il Governo Monti, governo del Presidente. Un governo, tuttavia, quasi subito posto sotto ricatto da chi aveva portato il paese in rovina. Si ricorda, Presidente, quando Alfano rifiutò di partecipare a un vertice della maggioranza, stabilendo che di televisioni e giustizia non ci si poteva occupare? Ma governo che Ella ho sostenuto fino all’ultimo, supplendo all’imperizia politica e alla logorrea televisiva dei tecnici che Lei stesso aveva selezionato.
Poi finalmente il voto, sia pure sempre con la legge porcata. E dopo il voto, Lei che fa? Come ricorda nella lettera al Corriere, “Bersani ebbe (da me) l’incarico, senza alcun vincolo o limite, di esplorare la possibilità di una maggioranza diversa”. Sembra un gioco di parole. Un mandato solo esplorativo, ma senza vincolo e limite. Doversi limitare ad esplorare è il più pesante dei vincoli, il più cogente dei limiti imposti. Qui io l’accuso, con stima sincera e grande gratitudine per quel che ha fatto per il mio Paese, ma l’accuso di aver, inconsapevolmente, costruito le condizioni del suo secondo incarico presidenziale. Di aver gettato le basi per le cosiddette “larghe intese” e per la costituzione di un governo Letta – Alfano. Sarebbe infatti bastato consentire che un governo Bersani si presentasse davanti al Parlamento, per verificare se Grillo e i senatori a 5 Stelle si fossero davvero resi indisponibili all’unica proposta di cambiamento in campo, sarebbe bastato questo per sbloccare la legislatura. Forse avremmo avuto, in caso di bocciatura di Bersani, una maggioranza composta da PDL, Scelta Civica e una parte del Pd, o a una maggioranza Pd, Scelta Civica e una parte del PDL, o ancora si sarebbe cambiata la legge elettorale per tornare subito al voto senza ricatti.
Siamo invece passati a una Repubblica Presidenziale di fatto. Perché, caro Presidente, né Obama né Hollande avrebbero mai potuto pronunciare in Parlamento quel discorso che Lei si è concesso dopo la seconda investitura, e che è stato, ahimè, applaudito a scena aperta da Parlamentari Indisciplinati e pronti ad affidarsi al giudizio di un Sovrano. L’uomo – Lei, caro Presidente – che da 5 anni è, a giudizio di molti, dominus e deus ex machina della nostra politica, ha fustigato la politica avvalendosi della terzietà che la Costituzione del 48 prevede per il Presidente Garante.
Repubblica titola “Voto di scambio, la rivolta dei Pm”. Pare che il provvedimento fortemente voluto da “Libera”, approvato dalla Camera e ora in attesa di approvazione definitiva in commissione giustizia al Senato, possa avere il verme nascosto nelle pieghe di due parole. Perché il reato sia perseguito occorre infatti che il politico sia “consapevole”, sappia cioè che sta accettando voti di mafia, e che il mafioso non solo offra ma “procacci” quei voti. Non saprei. Sono tuttavia convinto che questo modo di procedere, un provvedimento per volta, da contrattarsi a fatica con la “strana maggioranza”, non possa costruire niente di solido. Sarebbe diverso se il Parlamento affrontasse, insieme, una serie di misure contro la corruzione, il falso in bilancio (che permette di costruire i fondi neri per corrompere), l’auto riciclaggio e il voto di scambio politico mafioso.
Ma la notizia di Repubblica, secondo me, è un’altra. Ezio Mauro entra nel club. Di quelli che non credono più alle sorti gloriose e progressive della stabilità a ogni costo. Quelli che non credono che congelando il governo per due anni (periodo durante il quale il Pd divorzierà definitivamente con i suoi elettori), poi si risolveranno i problemi del paese. Grazie al salvifico semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea e alla Grande Riforma Costituzionale chiesta da Napolitano. Il Direttore della Repubblica dice invece a Letta “La vera riforma è abolire il porcellum”. Da farsi subito. Poi vedremo il resto. Cosa posso aggiungere? Benvenuto nel club! Nell’intervento (3 minuti e 20 secondi) che il Presidente del Senato non mi fece concludere, e nel quale motivavo la mia fiducia, pure molto critica, al governo Letta, si sostenevano più o meno le stesse tesi dell’editoriale di Repubblica. Tre mesi fa. La ciliegia sulla torta è un magnifico “pezzo” di Barbara Spinelli, sempre su Repubblica. “Se la stabilità si trasforma in idolatria”, è il titolo.
Infine, ma non per ultimo, Alma e Alua. Due interviste. Quella del Fatto, al ministro centro africano, Sende. “Alma, il passaporto è regolare. Avvertimmo Roma, inutilmente”. Quella del Giornale, all’ambasciatore del Kazakistan. “Mai fatto pressioni su Alfano. Ablayzov è un delinquente”. Oggi Emma Bonino interviene al Senato. Speriamo che riporti presto Alma e Alua in Italia, se non dovesse riuscirci, almeno Marco (Pannella) le toglierebbe il saluto.

Mobbasta. Il caffè del 21 luglio

Ieri ha fatto sentire, tuonante, la sua voce lo statista Brunetta. “Ma quale rimpasto, vogliamo un patto di legislatura”. L’alleanza Pd – PDL  una volta “di necessità, che diventa organica. Un’alleanza, cioè, che duri l’intera legislatura, offra una coperta a Berlusconi (potrebbe cadergli sul capo un nuovo processo Ruby per aver comprato il silenzio di ragazze e mezzani), traghetti il PDL verso un nuovo Partito Popolare (anche Casini sembra interessato), depuri il Pd di quei radicali liberi, ancora di sinistra, che potrebbero impedirne un sicuro approdo moderato.
La Repubblica: “Il PDL boccia il rimpasto, Letta frena”. E il ministro Zanonato promette: “In autunno via l’Imu e stop all’Iva”. Ecco il governo del fare. Senza ironia. Tutto sommato è meglio realizzare, con i pochi soldi disponibili, le promesse di Berlusconi che continuare a rinviare. Ma nuove ombre si addensano. Il Corriere della Sera titola “Federalismo, tasse record”. E si dimostra che la pressione fiscale locale è cresciuta del 500 per cento in vent’anni, che le addizionali comunali sono passate in 10 da 500 milioni a 4 miliardi, che le province spendono il 90 per cento in stipendi e affitti. Non sono dati nuovi, l’essenziale lo avevamo già letto e segnalato dal sole24Ore, e raccontano una realtà davvero allarmante. Ma sparati così dal Corriere, con Stella e Rizzo scatenati, fanno presagire che dopo gli sgravi fiscali, saranno i tagli alla spesa locale la priorità su cui dovrà misurarsi al governo.
Sempre sul Corriere, parla l’inoppugnabilmente inconsapevole Alfano e dice due cose. La prima, nel titolo: “non c’è una terza via tra questo esecutivo e il caos”. La seconda, nel cuore dell’articolo: “non vogliamo neanche pensare che si possa estromettere per via giudiziaria l’uomo più votato della storia”. Avvertimento alla Cassazione. Restituzione di favori. A Berlusconi che lo ha salvato, il vice presidente del consiglio promette protezione. Dai giudici. D’altra parte Angelo Panebianco ci spiega che così il mondo va e così deve andare. Il prestigio internazionale dell’Italia non esce bene dalla vicenda kazaka – spiega – ma neppure dal rinvio dell’acquisto degli F35. Le questioni internazionali (e le commesse militari) bisogna gestirle, tutte, lontano dai riflettori, magari con un bel segreto di stato che regga alla curiosità dei media, onde trovarsi poi a subire schiaffi (dagli americani), come nella vicenda Abu Omar.
Congresso Pd. Eugenio Scalfari, nell’omelia domenicale, si augura che non vengano presi provvedimenti per i 3 senatori che non hanno votato contro la sfiducia ad Alfano, pur essendo presenti, e per i 3 che non l’hanno votata essendo assenti. Ma poi spiega a Michele Serra che l’idea del “cambiamento” così come egli ne aveva parlato in riferimento all’89, è ormai anacronistica. Il cambiamento funziona con la modernità ma lontano da piazze e rivoluzioni, dunque nel 700 non ancora giacobino o nell’epoca d’oro della Belle Epoque. Tutto il resto è oscurità. Che dire? Da tempo non usa ispirarsi al 1917, non suona bene neppure riferirsi alle lotte sindacali e socialiste di fine Ottocento, ora sappiamo – Ratzinger lo aveva anticipato – che ci tocca maneggiare con molta prudenza anche la Grande Rivoluzione. Posso umilmente aggiungere un’esperienza personale. Uno  straordinario professore di Storia Moderna, Virgilio Titone, mi spiegava con entusiasmo come la Parigi dei caffè fosse altra cosa dalla Parigi rivoluzionaria. Ricordo però che quando alludeva alle  sue idee politiche, si definiva “borbonico” quel bravo professore.
Ancora sul congresso del Pd. #Mobbasta è un grido di dolore e un manifesto politico. I ragazzi di OccupyPd non ne possono più. Ma, come diceva il  cattivissimo istitutore de “La Corale”, “a ogni azione corrisponde una reazione” (punitiva). E la reazione dell’apparato potrebbe essere una mozione congressuale che assicuri, senza se e senza ma, pieno sostegno al Governo Letta -Alfano fino al 2015.  Non è una cattiva idea, almeno servirebbe a chiarire l’orizzonte politico nel quale ci si intenda muovere. Onde evitare vicende come quella siciliana.
Leggo dai giornali. Purtroppo non ho potuto prender parte alla riunione, alla quale ero stato invitato, della Direzione Regionale. La direzione ha intimato l’alt  al Presidente Crocetta e al Senatore Lumia. Basta con il “megafono”, formazione politica che ha affiancato il Pd in Sicilia per le elezioni al Senato, ma poi si è presentata alle amministrative talvolta con il Pd (e alle sue condizioni) talvolta in alternativa. Ma Crocetta è arrivato tardi, as usual, ha detto che non ha intenzione di farsi imporre nuovi assessori alla Regione, ha minacciato di sostenere una sua giovane candidata come segretario regionale e ha ventilato una sua sua stessa candidatura per la leadership nazionale. Qual’è il succo? Che non si è parlato di politica, che le correnti (in Sicilia più che altrove) somigliano a cordate personali, che la questione morale viene usata … per chiedere spazio vitale.   Che un bilancio del governo Crocetta non è stato tentato. Così come non è stata avviata una riflessione né sul voto politico né su quello amministrativo. In compenso i candidati a tutto sono tutti pronti.

Adele Gambaro espulsa in Rete.Intervento al Senato

Ho imparato da ragazzo che il Parlamento va rispettato e che, dentro il Parlamento, sarebbe bello che ci rispettasse. Penso che il rispetto reciproco imponga un certo ritegno a intervenite ciascuno nelle vicende dell’altro. E tuttavia anche l’indifferenza reciproca mi parrebbe un errore.
Desidero perciò dire due parole ai colleghi del Movimento che, secondo tutti gli osservatori, ha vinto le elezioni di Febbraio, e dunque ha attirato su di sé tutti i riflettori. Io ho rispetto per il loro travaglio. Non è facile crescere così rapidamente, affrontare responsabilità nuove, rispondere a un’attenzione dei media ovviamente esasperata dalla novità che, nella politica italiana, d’un colpo, si è venuta a creare. Ma con questo rispetto dico a questi colleghi, dico a voi Senatori del Movimento 5 Stelle, che non mi convince l’uso che state facendo della Rete.

L’esclusione di una esponente dal gruppo è un processo doloroso, si può essere d’accordo o no. Ma quando si chiede, e si ottiene, una sorta di giudizio di Dio in Rete, allora credo, cari colleghi, che si rischi non di escludere ma di linciare. I processi dell’Inquisizione avevano bisogno della folla, che non aveva pane e mangiava invidia : questa folla accompagnava il condannato al rigi. E al tempo della Grande Rivoluzione divennero famose  le tricoteuses, che facevano la maglia, all’ombra della Ghigliottina.  Oggi, invece, si viene chiamati a scaricare il proprio umore con un tweet, con un post, e, così facendo, a esprimere una sentenza in rete. Pensateci.

La democrazia da Atene a Roma ha sempre avuto bisogno di regole, di voti segreti quando si tratta di giudizi che investono le persone, di pesi e contrappesi, di responsabilità da parte di chi decide. Se posso chiudere con un consiglio non richiesto, inserite (inseriamo) in Rete il germe (creativo) del dubbio. Alla rete non chiediate certezze né tanto meno di condividere responsabilità che devono restare nostre (o vostre).

Sangue per il giuramento. Il caffè del 29 aprile

“Volevo uccidere i politici”. “Spari e paura nel giorno del governo”. Se i due grandi quotidiani, Repubblica e Corriere, titolano così, Il Giornale trova un gioco di parole per attribuire la responsabilità dell’accaduto: “Il grilletto”. “Chi le spara e chi spara. Dopo mesi di irresponsabile campagna d’odio da parte di Grillo….”. Sì, sono sciacalli, questi amici dei nostri alleati di governo. Lo sottolinea Il Fatto: “Gli sciacalli subito all’opera”
Innanzitutto solidarietà e affetto al brigadiere Giuseppe Giangrande, che è nato a Monreale, vive a Prato con una ragazza di 24 anni, la figlia Marina, ha perso la moglie 4 mesi fa, era in trasferta a Roma, per servizio e, forse, per arrotondare lo stipendio. Colpito da un proiettile al collo, è stato operato per 3 ore. Preoccupa una lesione al midollo.

Lo sparatore, che voleva uccidere “i politici” e per questo è andato a Palazzo Chigi (evidentemente non sapeva che i ministri giurano al Quirinale), ha mirato alla testa e alle gambe per far male, evitando il giubbotto anti proiettili. Disperato per la crisi? Misuriamo le parole. Umiliato, per la perdita dell’impiego, era il bracciante Giuseppe Burgarella, che si è tolto la vita a Trapani, tenendo tra le mani quella Carta Fondamentale che salda dignità della persona e lavoro.

Giuseppe Preiti, da Rosarno, che a 50 anni non compiuti si sente già  “finito”, gioca e scommette, la moglie l’ha lasciato e torna dalla madre. A lei pare abbia chiesto qualche euro, ha preso la sua pistola, comprata al mercato nero anni fa, se ne è venuto in treno a Roma, piccolo hotel del centro, e con indosso giacca e cravatta è andato a sparare. Cercando così di riprendersi un posto non nella realtà ma nella rappresentazione del reale. E ci è riuscito: per un po’ tutti parleremo di lui. Il consumatore, frustrato, si offre al consumo. Molto americano. E folle, non è sbagliato dirlo.

Il simbolo, tuttavia, è evidente. Ieri qualche rete televisiva, per non farsi mancare niente, ha diviso in due lo schermo. Da una parte i ministri che giuravano ignari e sorridenti. Dall’altra i corpi per terra, il sangue sul collo di Giangrande, il ghigno di Preiti, subito immobilizzato dai nostri bravissimi carabinieri. Secondo me è lampante. Non se ne esce con misure di sicurezza né con scorte né chiudendo la zona rossa intorno ai Palazzi. Se ne esce solo con la buona politica. Con il confronto, stando fra la gente. Un bravo, dunque, a Emma Bonino e Enzo Moavero Milanesi, ministri che, appresa la notizia, sono andati a piedi dal Quirinale a Palazzo Chigi.

Giannelli sul Corriere disegna un Enrico Letta che sembra De Gasperi, in croce dentro lo scudo democristiano. “18 aprile 1948 – 28 aprile 2013. Maggioranza assoluta. “La rivincita dei democristiani”, titola Il Foglio.  Moriremo, dunque, democristiani, si chiedeva il grande Luigi Pintor? Moriremo berlusconiani, fa eco Ilvo Diamanti su Repubblica. La tesi è semplice e non molto originale: Berlusconi “ha perso le elezioni ma ha vinto il dopo elezioni”. Perché Bersani “non ha vinto..ma ha cercato di agire da vincitore”. Insomma, colpa del segretario Pd, della sua fola di un governo per il “cambiamento”, dell’umiliante giro di valzer con Crimi e Lombardo.

Non sono d’accordo. Diamanti sottovaluta quanto i talk show e la legge porcata abbiano cambiato la costituzione materiale dei vecchi partiti. I 101 del Pd che hanno tradito Prodi nell’anonimato somigliano ormai come gocce d’acqua ai ministri del PDL. Questi dicono “mi consenta”, gli altri “con viva e vibrante” ma, insieme, si sentono casta, si arroccano “nel palazzo”, come luogo della politica contro “la piazza”, che lasciano ai demagoghi.

La colpa di Bersani è di aver voluto rompere l’incantesimo e non esserci riuscito. Poi, da funzionarrio fedele, tra franchi tiratori e pressioni dal Colle, ha rimesso il carro dove voleva il padrone. Nelle mani del governo Letta – Alfano.

Mal di pancia? Io proprio non ne ho. Di un governo (per l’emergenza) c’è bisogno. Nello schema (sbagliato) Pd – PDL, il compromesso trovato da Letta non è il peggiore. E  posso votare la fiducia. Anche se molti elettori mi ricordano, a ragione, come in campagna elettorale tutti dicessimo: mai con Berlusconi. Posso votare, ma a condizione che il Pd non esaurisca la sua politica nel sostegno a questo governo. A condizione che non rinunci a cercare il bandolo del suo suicidio. Al confronto nei gruppi parlamentari e con gli elettori. Magari a tornare a dire “qualcosa di sinistra”. Se no, di un altro Berlusconiano di complemento, proprio non se ne sente il bisogno.

“Il governo frutto dell’insuccesso Pd” dice oggi Fabrizio Barca a Cazzullo, Corriere della sera. Ha ragione. “Richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi”. Inevitabile. Poi apre a Renzi, leader che “con il sorriso, senza retorica, guardando avanti….crede di potercela fare”. Tutto qui. Barca, Renzi, Rodotà, che ieri ha rilasciato una bellissima intervista a Fazio. Si può fare? Se no, ognuno per la sua strada.

Cronaca di un disastro! Il caffè di sabato 20 aprile

Di nuovo al Capranica, l’unica sala, in zona Montecitorio, che contenga tanti Grandi Elettori quanto ne ha il Pd. È la terza volta in tre giorni che ci convocano lì. Sempre all’ultimo minuto e per sms. Il partito che bene o male (male) aveva conquistato il premio di maggioranza alla Camera, e comunque più Senatori dei concorrenti. Quello che sentiva il dovere di proporre, lui agli altri, in nome del Presidente della Repubblica. Di scegliere tra linee politiche tutt’affatto diverse : accordo con Berlusconi per Marini, splendido isolamento, con Romano Prodi. Ora non può pretendere più nulla. Partito mai nato, da una freddissima fusione delle sinistre Dc con i sopravvissuti del PCI. Oggi, un partito sepolto da veti incrociati, da sfiducia e sospetti, e dall’irresponsabilità del suo gruppo dirigente allargato.
Si vede bene quanto Bersani tenga alla sua dignità. In piedi, a dar conto del suo disastro, sembra Aiace a cui non resta che morire con l’arma nel pugno. “Uno su quattro ha tradito. Non posso accettarlo. Ecco le mie dimissioni”. Il capitano non abbandona la nave. Con Zanda e Speranza, consulterà le forze politiche. Sopporterà battute arroganti e, peggio, sorrisi di compassione, fino alle elezione del Presidente della Repubblica. “Non un minuto dopo”.Non c’è altro da dire, tutte le parole sono consumate. Il segretario lascia il Capranica, e senatori e deputati non credono a quel che sta succedendo. Un gruppo di donne occupa il palco : prendiamoci l’assemblea. No, questa volta meglio non parlare. Cosa c’è da dire?Poche ore prima, nello stesso cinema, sono le 9. Quando Bersani pronuncia quel nome, Romano Prodi, l’assemblea applaude. Tutti in piedi. Votiamo comunque, aveva azzardato il timido Zanda. Sì, ma pro forma, per alzata di mano. E tutte le mani si erano levate. Unanimità, orgoglio di partito, nel nome del Fondatore richiamato dal Mali come una bandiera.
Ho trascorso l’intera giornata del 19 a leggere, e a rispondere, alle centinaia di messaggi, messagi di amici, sostenitori, conoscenti, che mi chiedevano : perché no Rodotà. Già, perché no? A me, a molti in questa sala, sembrava e sembra il nostro candidato ideale. Ma Bersani quel nome non lo ha mai pronunciato. Sembra che non l’abbia inteso, Stefano Rodotà : non pervenuto! E tuttavia votare Prodi significa dire addio all’inciucio, Prodi riunisce il partito ferito. Alla “quarta” scrivo Romano Prodi. Lo vota SEL, ma segnando la scheda, con un R.Prodi, per evitare che correnti interne al Pd non attribuiscano poi all’alleato le frecce con cui hanno trafitto Romano. Quale sfiducia, giustificata! Lo votano tutti (credo tutto) quelli che, come me, hanno contestato a viso aperto il pasticcio commesso con la candidatura Marini. Quel confondere “unità della nazione” e “baratto con Berlusconi”, quel subire i veti del Caimano “mai Prodi” , “Mattarella, inaffidabile perchè fu contro di noi al tempo della Mammì (legge sulle televisioni)”. Ma ora è diverso, il Pd ritrovarsi nel passato per muovere passi più coraggiosi verso un futuro incerto. Noi votiamo Prodi. Ma altri cento, no. Uno su quattro, i traditori.
Chi sono? Non voglio saperlo. Cercargli sarebbe dargli importanza. Sono loro i veri “miserabili”, parola inappropriata scoppiata nella bocca della Finocchiaro contro Matteo Renzi. Il quale ora giura : noi no! Non fino a questo per affondare Bersani. Per aprire la strada alle elezioni, sulle rovine di quello che fu il partito democratico.
Non conosco i traditori, non li voglio guardare in faccia. Questo io so. Che la responsabilità del disastro é di Pierluigi Bersani, del leader che mi ha convinto ad accettare il ruolo di capolista per un partito in cui non avevo mai creduto. Che tante volte avevo criticato.Bersani che raccoglie la sfida di Renzi e manda in frantumi il patto di sindacato tra le correnti, ex Margherita ed ex Ds. Bersani che confina nelle soffitte democratiche padri fondatori e capi bastone. Non gliel’hanno perdonata! NAveva rinnovato come mai prima i gruppi parlamentari e introdotto la parità di genere, tante donne quanti uomini. Ma poi si era fermato, stanco. Paura dell’ignoto? Responsabilità, tutta emiliana, verso i fratelli maggiori a cui aveva rubato il gioco? Chissà.
Una campagna elettorale gestita in solitaria simbiosi con un gruppo di fedeli, troppo sicuri di sé dopo “il miracolo delle primarie”. Una sconfitta che lascia sopravvivere la speranza, o forse il sogno, di formare un governo, di minoranza ma per “il cambiamento”. Poi il muro di gomma di Napolitano. Bersani “il concreto” diventa “l’ostinato” Bersani. Il leader ambizioso che tiene in ostaggio il paese. Sempre più solo. Non fa discutere i gruppi parlamentari. Incarica Zanda e Speranza, di consultare in confessionale chi dovrà votare per il Presidente. Tu che gli hai detto? E tu? Intanto Tornano nella bocca del segretario e del suo vice, Letta, parole antiche. Ma i segni si ribellano, i significati cambiano : “nostra la responsabilità di indicare il lPersistente”, “larghe intese”, “condivisione”. Per inseguire il fantasma di un governo per il cambiamento, Bersani si era fatto sbeffeggiare dalla Lombardi, per condividere un nome per il Colle, neppure una telefonata a quel galantuomo che risponde al nome di Stefano Rodotà. Che al Pd non ha chiesto niente e ha dato molto.
E ora? Bianca, no. Torniamo a votare Rodotà! È quello che molti elettori ci chiedono. Ma subito dopo ogni fumata nera, riuniamo i gruppi e votiamo su ogni novità che dovesse intervenire. Proposta da altri, perché noi abbiamo perso il diritto di brucare un terzo candidato. Chiediamo intanto, senza neppure aspettare l’elezione del Presidente, ai Circoli Democratici di riunirsi Convochiamo le assemblee di chi ha votato per le primarie (gli elenchi ci sono). Riunionindei gruppi parlamentari e consiliari, degli amministratori locali, dei democratici che lavorano nel sindacato. A ciascuno e a tutti chiediamo di pronunciarsi su quattro che dividono e che dovranno unire : noi e l’Europa, noi e il finanziamento pubblico, noi e il PDL, noi e il Movimento 5 stelle.
Molto più di un semplice congresso, aperto alla coalizione “Italia bene comune”, se ancora è in campo. Non proprio un congresso. Ogni struttura si scelga un porta voce. L’elezione dei gruppi dirigenti dovrà essere a un secondo tempo, quando sarà più chiaro il perimetro del partito. Da salvare o rifondare.Questo pensa uno che ha meno diritto di altri a dire la sua. Ma il silenzio sarebbe vile.

Le spine e la rosa. Il caffè del 10 aprile

Crolla il potere d’acquisto delle famiglie. La Consulta dà ragione al governo e non alla Procura si Taranto, l’Ilva continuerà a produrre e vendere, i magistrati a indagare. Al porto di Trapani la Coppa America è affare di mafia, altri sequestri milionari dopo quelli dell’eolico, forse si stringe il cerchio intorno al boss Messina Denaro. Ma i titoloni sono tutti per Bersani e Berlusconi che si sono visti, faccia a a faccia, per un’ora o giù di lì. “Rosa di nomi”,”Rosa per il colle”,”Miracolo, si parlano”. Corriere, Repubblica, Giornale segnalano il bicchiere mezzo pieno, solo Il Fatto avverte che “l’inciucio non decolla” e Libero vede le “spine” della rosa.Di cosa hanno parlato? Di Quirinale e non di Governo. Bersani ha detto a Berlusconi di non volere imporre un nome a maggioranza (avrebbe quasi i numeri per farlo, alla quarta votazione), anzi di sperare che si possa eleggere il nuovo Presidente già  il 18 aprile, con grandi numeri, come previsto dalla Costituzione. Berlusconi non ottiene lo scambio, uno dei suoi al Colle in cambio del via libera a Bersani per Palazzo Chigi. E incassa male quel “ti conosco mascherina”, metafora sulla sua inaffidabilità, che il segretario del Pd gli aveva lanciato in faccia la mattina, ad Agorà. E se Altan ci invita a non muoverci, zitti e fermi che forse si dimenticano di noi! Giannelli insinua che dietro la maschera di Berlusconi  ci sia il volto di Napolitano, vero dominus dell’attuale fase politica. Appena l’altro ieri, in effetti,  il Presidente della Repubblica aveva tuonato contro il “moralismo fanatico”. E ieri le conferenze dei capi gruppo di Camera e Senato hanno lasciato soli “i fanatici moralisti” delle 5 stelle a chiedere che si insediassero le commissioni parlamentari. Eppure si potrebbe fare. Il Parlamento potrebbe cominciare a lavrate, sia pure a bassa intensità, anche se non abbiamo ancora un governo nè una maggioranza e un’opposizione definite. Non lo proibisce la Costituzione, di insediate le commissioni, e neppure il regolamento. Sarebbe solo più difficile spartirsi le Presidenze, senza sapere chi sarà maggioranza e chi opposizione. E, certo, non si potrebbe garantire una bella camera con vista sul centro di Roma, come premio di consolazione, a chi ambiva una poltrona di governo o uno strapuntino da sottosegretario. I partiti demonizzati, derisi, sbeffeggiati dalla retorica giornalistica anti casta, restano  padroni del Parlamento. Ne riparleremo in questo blog.Tornando alle intese “coraggiose” del 1976, oggi Pigi Battista, sul Corriere, riprende l’esempio storico fatto da Napolitano. E la foto storica mostra una stretta di mano tra Moro e Berlinguer. A parte il fatto che è proprio difficile immaginare Berlusconi nei panni di Moro, mi sono permesso di ricordare ai senatori del Pd che Democrazia Cristiana e Partito comunista controllavano, nel 76,  la stragrande maggioranza dei voti. Nelle elezioni di febbraio scorso, PDL e Pd hanno perso, insieme, oltre 9 milioni di consensi. Quelle tra Bersani e Berlusconi non  sarebbero,dunque,  “larghe intese”. Al massimo un piccolo arrocco nel Palazzo. Un’occupazione dello spazio politico istituzionale, mentre nel Paese trionfano disincanto e sfiducia. E cova la rabbia. Nicola La Torre ha sostenuto che la vera iattura della seconda repubblica sarebbe stata la guerra frontale tra gli schieramenti. Credo che lamentasse il fallimento, per responsabilità di Berlusconi,della Bicamerale per le Riforme, presieduta da D’Alema. In ogni caso  siamo passati dallo scontro frontale alla guerra di movimento. Berlusconi spara contro i giudici che lo “perseguitano”, contro la Costituzione che impedisce di governare, e l’Europa che complotta contro di lui. Ma vuole essere “legittimato” da un accordo con ilPd. Grillo dice “siete morti tutti”, ma ne vuole morto soprattutto uno, il Pd, reo di essere ancora un partito e di non aver rinunciato a presidiare il territorio. In questo schema, mentre La Torre, Minniti e altri cercano intese con l’ex “principale avversario”, Berlusconi affida  a Grillo il compito di levare la sedia (il consenso) da sotto il sedere del Pd. Allora, non cedendo al gusto del paragone con il passato, mi sono permesso di ricordare agli amici del Pd da dove origini lo psicodramma delle alleanze (inseguiamo Grillo o forse no? Intese con il giaguaro, quanto ci costa? Certo con Monti, ma contro Camusso?). Al tempo del PCI e della guerra fredda, l’identità si considerava scontata, fuor di discussione. Le alleanze diventavano croce e delizia della politica, mezzo necessario per uscir di trincea. Ma nel mondo senza più l’identità non può più essere per nessuno un “a priori”. Il Pd dovrebbe dirsi cosa vuol fare, prima di chiedersi con chi farlo.

Condividendo sospesi. Il caffè di lunedì 24

Sharing sembra la parola d’ordine. Condividendo. Cosa? Quel poco che c’è, quel meno che si capisce. Corriere e Repubblica si dividono i 2 miliardi, tutto qui, di cui il governo pare possa disporre. “Un miliardo per il rinvio” dell’Iva, dice il quotidiano di via Solferino. “Solo un miliardo per il lavoro” fa eco il quotidiano di Ezio Mauro. Romano Prodi vorrebbe condividere il suo “my game is over”, la mia corsa è finita, con Silvio Berlusconi. E lo scrive in una lettera al Corriere. Berlusconi condivide con Josepha Idem l’attesa, trepidante, per quel che oggi potrebbe succedere. Gli occhi del Cavaliere puntati su Milano, dove tre donne giudici diranno se “bunga bunga” fosse un sinonimo di “cena elegante”. Quelli della ministra puntati sugli occhi di Enrico Letta, che dovrebbe dirle, in un colloquio a quattr’occhi, se potrà continuare a lavorare (bene) o se dovrà tornare a Ravenna, per via dei pasticci combinati con tasse, autorizzazioni edilizie e conferenze stampa. Pare che le sentenze potrebbe arrivare, entrambe, in diretta televisiva.

La coppia (accademica) di fatto, Alesina – Giavazzi condivide con Raffaele Bonanni (segretario della Cisl) l’idea di uno scambio. Chiamiamolo scambio delle forbici. Tagli di spesa per tagli di tasse. Le imposte da tagliare sono quelle sul lavoro. Le spese, non è chiaro. Visto che, di questi tempi, anche tagliare la spesa improduttiva (che sarebbe cosa buona e giusta)  rischia di tagliare comunque lavoro, magari assistenziale ma sempre lavoro. E reddito. Sharing: Letta vorrebbe condividere con Berlusconi l’impopolarità del non ancora scongiurato aumento dell’Iva. Fu Lui (con la maiuscola, dunque Silvio) a tornare in Italia con la clausola di salvaguardia, per rassicurare i mercati. Ma va là. Sallusti trova il suo titolo: “la prima bugia di Letta”. Il Giornale spiega che Berlusconi nel 2011 sottoscrisse, sì, la clausola di salvaguardia ma non pronunciò mai la parola Iva. Secondo il principio del si fa ma non si dice. Tanto poi ci pensa “viva e vibrante” ad attribuire ai “tecnici” e al Pd il lavoro sporco del farlo e del dirlo. Sharing.

C’è un articolo di Diamanti, sulla provvisorietà che viviamo, meglio che condividiamo. Governo a tempo. Berlusconi in bilico, come Napolitano, non fosse altro che per l’età. Grillo che vive l’attimo, senza passato né, forse, futuro. Il Pd in attesa di Renzi. E un Parlamento di scopo: deve fare qualcosa che non fa (per esempio cambiare la legge elettorale) e poi potrebbe andar via. La risposta di Diamanti la condivido. Ancora sharing. Serve la Politica, non le politiche, che politiche minuscole son quelle del tirare a campare. Ma la Politica maiuscola non si addice ai professionisti della politica, almeno non a quelli che abbiamo ereditato. Loro sono cresciuti nella convinzione che ci fosse uno Stato da amministrare. Se non bene, almeno meglio di quanto non sapessero fare i loro antagonisti seduti nel lato opposto dell’emiciclo. Una società civile da ascoltare. Qualche miliardo da spendere. Si trovano invece davanti a una complessità inaudita. Per spendere bisogna prima convincere di saper cambiare lo Stato arcaico, lo Stato inefficiente, lottizzato e padrone. Per creare un solo posto di lavoro, si deve riformare il fisco, licenziare (senza affamare) chi tocca un salario per un lavoro non utile, riorganizzare servizi, puntare sull’innovazione e sul merito, ridurre la presa dei partiti su sotto governo e intermediazione economica. Insomma, per vivere bisogna suicidarsi. Riusciranno i nostri eroi? Se li aiutiamo, magari sì!

Certo non aiuta l’ideologia del signor Casaleggio. Il quale, come hanno sempre fatto i filosofi di serie B, davanti a un problema complesso dice che il problema non c’è. Basta democrazia delegata, via ogni mediazione, che sarà mai questo sperimentalismo democratico! Con un clic si revochino i mandati, licenzino i corrotti, si decida se lasciare l’euro o far quella alla Turchia. Il problema non è il clic, è che bisogna saper porre la domanda corretta. Solo così la casalinga di Voghera può utilmente esercitare il suo ruolo nella Politica maiuscola. Ma non c’è nulla di più complesso che porre in modo semplice una domanda. Invece, grazie a un gran numero di guru e di profittatori della semplificazione impropria, la rete rischia di diventare lo specchio dell’impotenza, della presunzione e dell’arroganza.

Il Caffè di Giovedì 28 Febbraio 2013

Berlusconi vuole essere adottato. É questa la grande notizia che corre su giornali e telegiornali. Perché Bersani corre dietro a Grillo? Mi chiede alle 10 della sera il bravo giornalista di Tgcom24. E subito un bel montaggio con tutti gli insulti che il leader del 5 Stelle ha vomitato contro il Pd e il suo segretario candidato premier. Di che ferire il mio orgoglio. Ma subito interviene a consolarmi Paolo Liguori : Berlusconi come Bersani vuole il confronto sui programmi. Insomma, si può fare.

No, che non si può. Berlusconi – spiego- chiede una patto prima che si insedi il Parlamento. E questo svela la natura del patto, un accordo di potere, un compromesso tra opposti interessi, un barricarsi dentro il palazzo e buttar via la chiave. Una tale prospettiva è invisa agli elettori dell’Italia Giusta come a quelli delle 5 Stelle.

Se non con le buone, con le cattive. Ma Bersani ha ormai perso la mossa,ha regalato un rigore a Grillo che glielo ha messo in rete. Chi allora dopo di lui, Matteo Renzi? Con Renzi, forse, non sareste solo arrivati primi, avreste anche vinto. “Libero” titola : Bersani ci porta alla rovina. Poi, nelle pagine interne, ci spiega che un accordo Pd-Pdl è inevitabile. Insomma Silvio vuole essere adottato. Se non da Bersani, allora da Renzi.

Italia ingovernabile. Lo scrivono in prima pagina i giornali tedeschi, ma anche Le Monde ed  El Pais. Forse lo sarebbe meno (ingovernabile) se Angela Merkel non fosse stata così ottusa. Prima con la sua irragionevole ossessione del rigore. Dopo, ingerendo nella nostra campagna elettorale : Bersani mai, Berlusconi impresentabile, dunque Monti. Che non ha preso i voti. Ora pianga i suoi errori. Conceda al futuro governo Bersani (sia pure “di minoranza” al Senato) quelle deroghe al rigore che consentano di sistemare gli esodati, pagare la cassa integrazione in deroga e in scadenza, onorare i debiti della pubblica amministrazione con e imprese e con gli enti locali. Se no, provi Lei a reggere la tempesta che si scatenerebbe in Europa se l’Italia restasse senza governo fino a nuove elezioni.

Mario Draghi dice che bisogna ridurre la disoccupazione. Lucida analisi. Ci dica anche cosa si può fare per convincere le banche, a cui la Bce concede soldoni all’uno per cento, a prestarne un po’ di più alle imprese, e non a interessi usurai, sopra il 10 per cento. Quanto all’economia, il sublime l’ho sentito alla radio. Il simpatico Barisone, di Radio24, rimproverava Fassina  per la timidezza con cui, in campagna elettorale, il Pd  a contestato il rigore di rito germanico.  A Fassina? Quello stesso che è stato sbertucciato da tutti i giornali per aver discusso le scelte economiche del governo Monti? Fassina che, con Vendola e Camusso, è stato additato come ragione della scarsa affidabilità del Pd?

Il Presidente Napolitano ha messo a posto il tedesco e socialdemocratico Steinbruck che aveva definito Grillo e Berlusconi due clown. Grazie Presidente, la capiamo, abbiamo sempre rispettato e condiviso il suo orgoglio nazionale. Ma ci permetta di dirle (sotto voce) che se questo nostro paese ha bisogno di clown, un motivo ci sarà. Forse dovremo impegnarci a cambiarla radicalmente questa amata Italia. O no?