Sanders vince, Clinton stenta

Clinton dichiara di aver vinto in Kentucky, Sanders ha vinto in Oregon. Questo titolo del Washington Post la dice lunga su quanto sta succedendo in campo democratico negli Stati Uniti. Il Kentucky era importante per l’ex segretario di stato. Ha speso lì molti, molti soldi, ha mandato il marito, Bill Clinton, ancora molto popolare, e ha promesso che sarà lui a ispirare la politica economica della Casa Bianca se Hillary fosse eletta presidente. Alla fine il Kentucky le ha dato un successo tanto risicato da dover temere il riconteggio. Sanders invece continua a vincere, con 8 punti di distacco in Oregon, non si ritira dalla corsa e punta sulla California, lo stato con più delegati, dove le primarie si terranno in giugno.

Ci sono due partiti democratici, due sinistre diremmo noi: a questo punto il problema è questo. E la Clinton, tipica dirigente della Terza Via – come Hollande, come Renzi – non è palesemente in grado di garantire l’unità dei due partiti democratici, delle due sinistre. Sabato c’è stata una vera e propria rissa in Nevada, dove i seguaci di Sanders denunciavano brogli e magheggi. I dirigenti del partito hanno chiesto a Bernie di ritirarsi: “sei tu a dividere se resti in gara”. I giovani per Sanders stanno, invece, pensando a manifestazioni di protesta in occasione della Convention di Filadelfia che, a fine luglio, sceglierà il candidato democratico. Va segnalato anche il pronunciamento anti Clinton delle Unions, i sindacati americani, in testa quello delle costruzioni. Hanno chiesto a Hillary: “Ma tu stai con i lavoratori o con i miliardari, ancorché ecologisti?” Il miliardario in questione è Tom Steyer che ha condotto una battaglia contro l’oleodotto che doveva legare Canada e Messico, attraverso gli Stati Uniti. Battaglia credo ragionevole, vinta perché Obama ha rinunciato al progetto, ma i sindacati chiedono lavoro, chiedono salari più alti. E sulla Clinton pesa l’ombra dei rapporti con le multinazionali. Di quelle conferenze, profumatamente pagate, tenute alla vigilia delle primarie e a porte chiuse. Insomma non si sa cosa Hillary abbia promesso agli uomini delle multinazionali e cosa loro le abbiano eventualmente chiesto.

Se continua così, a novembre saranno cavoli amari. Se le due anime della sinistra resteranno contrapposte e irriducibili fino alla Convention, Hillary potrebbe rischiare di perdere le elezioni in novembre. Perché Trump sta sbaragliando il campo repubblicano e i polli di batteria che lo avevano contestato cominciano a riallinearsi, pensando di poterlo condizionare. Secondo me, quando queste divisioni si manifestano nella sinistra, la colpa è innanzitutto di quei dirigenti della Terza Via e del loro ricatto: noi siamo più accettabili per il capitalismo finanziario e la cultura neo liberista, dunque tocca a noi la leadership della sinistra. Ma che discorso è? Dove è scritto che la sinistra debba rinunciare a correggere le profonde disuguaglianze indotte dal capitalismo d’oggi, rinunciare al welfare, o a proporre una riconversione ecologica dell’economia, a misure di sostegno per i giovani e i disoccupati?

Tout le monde déteste la police. Si leggeva sugli striscioni in testa a molti cortei che contestavano la loi du Travail, una specie di jobs act alla francese. I flic non ne possono più e oggi manifestano, anche loro, a Parigi. Il fatto è che Hollande, sbaglia, continua a sbagliare e scarica sulle istituzioni le conseguenze dei suoi errori. Pro memoria: la legge consente agli imprenditori di licenziare “per motivi economici” e di pagare meno per gli straordinari (che in Francia scattano dopo le 35 ore lavorate per settimana). I sindacati protestano, molti socialisti non condividono, così la riforma è stata data per approvata invocando il comma 49.3 della Costituzione gollista: quando il governo lo chiede, un provvedimento viene adottato senza voto in Parlamento né confronto nel merito. Le opposizioni possono solo opporre una mozione di censura, la nostra sfiducia. La novità è stata che ben 46 deputati di sinistra e socialisti hanno provato a depositarne una di mozione contro il governo Valls. Non ce l’hanno fatta, servivano 48 firme. Ma costoro, les frondeurs, li chiamano, non si danno per vinti e chiedono primarie in vista delle presidenziali del 2017, per mettere fuori corsa Hollande e cercare un candidato che unisca le sinistre socialiste, comuniste, ecologiste e social liberiste. Intanto il governo Valls, usando lo stato d’emergenza anti terrorismo, ha escluso dalle manifestazioni contro il jobs act un bel numero di persone ritenute pericolose e tra costoro, guarda caso, numerosi foto reporter. Chi protesta si arrabbia, contre la police.

Renzi invoca una tregua. Corriere e repubblica anticipano il sì di Bruxelles alla richiesta di “flessibilità” avanzata da Padoan a nome del governo. Ma aggiungono: “ora Roma faccia uno sforzo”. In termini politici, Renzi ha guadagnato del tempo. Fino all’autunno, quando si voterà per il referendum costituzionale, non dovrebbero piovere altri allarmi europei per i nostri conti, i nostri bonus, i nostro sgravi fiscali. Dopo il voto – se andasse male ai Sì – Renzi potrebbe usare l’incombente approvazione della legge di stabilità per silenziare le critiche. Poi, ancora una tregua fino alla primavera: il tempo di andare a elezioni anticipate – non si sa con quale legge se vincessero i No – prima che i nodi dei nostri conti pubblici vengano al pettine. Il premier continua a muoversi come un equilibrista, che danza sulla corda, sospeso sulle nostre teste. Ieri ha chiesto alla minoranza interna una tregua fino al referendum, provando a suscitare “l’orgoglio” per un governo che avrebbe piegato l’Europa. Le cose sono più complicate, l’economista Bagnai, sentito addirittura dal Gr1, sostiene che Spagna e Francia hanno ottenuto più di noi. E poi è a tutti ormai chiaro che, con queste tattiche, non si va comunque oltre una ripresa dello zero virgola. Perché non cresce la produttività (ne scrive Ferdinando Gugliano su Repubblica) e perché il venticello della ripresa rischia di spegnersi, come testimonia il calo delle esportazioni (ne scrive Dario Di Vico sul Corriere).

Il manifesto apre con una foto dell’Ilva di Taranto: “Veleni di Stato”. Dopo che l’Italia è stata messa sotto processo dalla Corte Europea di Strasburgo. Secondo Il Fatto invece, “Nasce il giornale unico del Sì”. “Dopo il Corriere, anche Libero e il Tempo passano con Renzi”. Un titolo che segnala il rischio – purtroppo reale – che si imponga una narrazione unica in vista del voto di ottobre. Che poi Feltri, che torna alla guida di Libero, alla lunga si dimostri un supporter di Renzi, io qualche dubbio lo avrei. Penso piuttosto che, anche in materia di informazione, il nostro emulo della Clinton rischi di fare l’apprendista stregone.

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