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Renzi il siciliano!

Dopo Trump, l’Europa corre ai ripari. Tre notizie, la prima nel titolo di Repubblica: “Lo spread vola. Svolta nella Ue: meno austerità”. La seconda in quello del Pais: “L’Europa progetta una difesa propria di fronte al rischio Trump”. La terza, nelle pagine interne: in Germania il partito della Merkel è più debole, tornano le divisioni tra le sue componenti, CDU e CSU, di conseguenza la presidenza della repubblica andrà al socialdemocratico Steinmeier. Se è per questo si possono considerare conseguenza del ciclone Trump anche i voti in Moldavia e in Bulgaria, che hanno visto prevalere candidati filo russi. Ma torniamo alla fine dell’austerità: per ora è solo ventilata, auspicata. In alcuni paesi, come l’Italia, è tornata a ottobre la deflazione e torna a salire lo spread (ieri a 180), ma soprattutto l’austerità diventa impraticabile, si si scatena una competizione aggressiva tra Stati Uniti e Cina (a forza di dazi americani e ritorsioni cinesi). Oggi si ventila, persino, che la Cina decida di non produrre più o di far salire i prezzi dei componenti indispensabili per assemblare un iPhone, tutti prodotti in Cina. Bisogna cambiare verso. È dunque prevedibile che l’Unione non muova, ora, obiezioni alla crescita del deficit italiano. Naturalmente mantenendoci sotto osservazione per il debito e chiedendo al governo di spendere davvero per il terremoto. Continua la lettura di Renzi il siciliano!

Il riformismo punitivo

C’è un Renzi che diffida di Renzi e si ribella ai consigli del guru italo americano, Messina, che ha assoldato per correggere la sua comunicazione. Non mi credete? Ecco il titolo del Corriere: “L’Europa non finisce con la Brexit”, frase del premier. Peccato che il messaggio coerente con le ambizioni del vertice di Ventotene avrebbe dovuto suonare piuttosto così: “Il mondo ha bisogno di una Europa libera e unita”. Ottimista e proiettato verso il futuro, evocativo del lavoro fatto in un buio passato da Spinelli, da Rossi e Colorni. Invece la lingua di Matteo batte dove il dente duole. Così gli scappa quella negazione, “l’Europa non finisce”, che quasi afferma. E il riferimento al voto popolare (in Gran Bretagna) che ha messo in difficoltà i governi d’Europa. Certo, quella voce ha dato una mano al Corriere per fare un titolo che non dispiacesse al premier, ha permesso alla Stampa di cavarsela con un generico “messaggio all’Europa” inviato da Ventotene. Più fattuale. International New York Times titola: “i leader dell’Unione cercano una strada dopo Brexit”. “Tre leader in difficoltà esorcizzano Brexit”, commenta il manifesto. Mentre Adriana Cerretelli del Sole nota che “l’anfitrione (Renzi) è inciampato sulle priorità dell’agenda nazionale” ma “Angela Merkel non si è dimostrata condiscendente”. E Repubblica da un lato tonifica la frase di Renzi togliendo quella fastidiosa negazione e restituendole l’entusiasmo “Ecco la UE del dopo Brexit”. Dall’altro gela il tutto con la frase della Merkel: “la flessibilità c’è già”. Continua la lettura di Il riformismo punitivo

Politici a vita

Ma cosa ha detto alla fine il Governatore? Immagino lo sconcerto nelle redazioni ieri pomeriggio: Visco apprezza Renzi, critica la BCE, prevede una stretta quest’estate per le banche italiane, che a lungo aveva lodato ma che forse non erano così in ordine. Come si fa a far sintesi, qual è il senso? “Spinta di Visco alla ripresa”, scrive il Corriere. “Sferzata alle banche, tagliate i costi”, secondo la Stampa. “La Ue troppo rigida con le banche” scrive Repubblica. Secondo me Visco ha detto…che non sa che dire! Che non gli piace il rigore europeo verso i nostri istituti di credito i quali però devono mettersi a posto, vendere titoli tossici, concentrarsi per resistere: non c’è che fare. Che il governo, per Visco, come per tutti i potenti, ha fatto bene ad assumere la ricetta neoliberista dei mercati e dalla Merkel (jobs act e riforma della pubblica amministrazione) ma che non basta. Niente frottole, una ripresa come quella che si è vista quest’anno, serve a poco. Perciò serve, serve, cosa serve? Ecco la sintesi della ricetta del Governatore secondo Daniele Manca, del Corriere: nuovi stimoli devono venire “da maggiori investimenti anche pubblici; dalla spinta alla legge per la concorrenza; dalla riduzione del cuneo fiscale; dal «sostegno al reddito dei meno abbienti»; dalle agevolazioni per rendere le dimensioni delle aziende più adeguate a sostenere i momenti difficili”. Continua la lettura di Politici a vita

Renzi come padre Pio

Lo hanno torturato ucciso perché non ha fatto i nomi. Dei sindacalisti che aveva incontrato, degli oppositori del regime, degli egiziani che non si sono rassegnati a camminare a testa bassa. Nomi che la polizia di Al Sisi conosceva o poteva intuire. Ma che era importante far confessare a Giulio Regeni, perché tutti sapessero, grazie al tam tam di radio spia o di radio polizia segreta, che “aveva cantato” e che dunque non conviene parlare con lo straniero, che è pericoloso farsi vedere dal giornalista italiano perché questi, prima o poi, cede al potere e ti consegna. Perché reprimere il pensiero non si può, impedire ogni lotta, ogni anelito di ribellione è molto difficile, ma si possono costruire cortine, muri di diffidenza tra le persone, si può soffocare la comunicazione e impedire che le notizie circolino, che facciano massa, e permettano così al ribelle potenziale di guadagnare fiducia sentendosi meno solo. La battaglia sull’informazione è spietata, perché una informazione libera nega alla radice un regime, lo minaccia nella sua sostanza. Ora che il guaio è fatto – e chissà se una denuncia più tempestiva della sparizione di Giulio, accusandone senza infingimenti la polizia di Al Sisi, non avrebbe scongiurato questo epilogo – gli egiziani arrestano “due sospetti” ma negano la trama che li ha armati, le ragioni per cui hanno ucciso. E sta a noi italiani, dall’ambasciatore, al premier, rifiutare con sdegno queste bugie e tali infamie. In memoria di Giulio. Continua la lettura di Renzi come padre Pio

Battaglia in Grecia,manovre in Italia

“19 ministri e 25 banchieri indecisi tra rottura e negoziato”. Repubblica coglie il cuore del problema: 19 ministri e 25 banchieri che bisbigliano e non hanno avuto il coraggio di ammettere “che il debito greco è solo carta”, come scrive sul Sole24Ore Roberto Napoletano. Un tabù idiota -quello secondo cui si possono ristrutturare i debiti di una grande banca ma mai quelli di uno stato e di un popolo- ci sta portando sull’orlo del precipizio. Purtroppo i tabù muovono il mondo. Così Lucrezia Rechlin (Corriere della Sera) si augura che vincano i sì, perchè teme l’irritazione di quei 19 ministri e 25 banchieri, ma poi chiede loro di smetterla con i tabù, di “cambiare programma” e offrire “alla Grecia un nuovo inizio”. Capisco, ma non condivido. Credo che sarebbe molto meglio se stasera i pronipoti di Pericle votassero no. Qualcuno deve pur ridimensionare l’alterigia autoreferenziale  di quei 19 ministri e di quei 25 banchieri.

Siamo qui per fare un partito. Stefano Fassina l’ha detto senza girarci intorno. “Svolta liberista, deriva plebiscitaria, pessima riforma (con voto di fiducia) della scuola”, Renzi tuttavia non è un “usurpatore” ma l’interprete “più abile ed estremo” della subalternità culturale e politica della sinistra italiana. Una subalternità che dura da tre decenni ed è diventata insostenibile almeno dal 2008. Per battere Renzi – ha detto dunque Fassina a Civati, Cofferati che erano sul palco, e a SEL, Rifondazione e l’altra Europa- occorre spezzare quella subalternità, liberare forze che un tempo si consideravano di sinistra e oggi sono prigioniere della Sindrome di Stoccolma, e fanno cose di destra immaginando così di poter “vincere”. D’altra parte sarebbe sbagliato  vendere “un prodotto preconfezionato”. Non è tempo di alzare una bandierina,  brandire un leader più educato e colto di Renzi, per chiudere la partita e dire: ecco il partito. Al contrario occorre  parlare alla Coalizione Sociale di Landini, al movimento del 5 maggio, contro la riforma della scuola, ai giovani che vorrebbero una politica che non si riduca al mestiere della politica.

Quei 25 vogliono rifondare il Pd come partito di sinistra. Nel suo sermone della domenica Eugenio Scalfari legge il documento firmato da 25 senatori del Pd non soltanto come piattaforma per cambiare la riforma costituzionale, eleggendo con voto diretto i senatori e consegnando più poteri al Senato, ma come qualcosa di più, un vero e proprio manifesto, forse l’ultimo appello per salvare il partito democratico dal destino che Renzi gli sta costruendo. Quello cioè di diventare una macchina che sostenga il premier e segretario, gli costruisca intorno una rete di notabili regionali, occupi il centro dello schieramento, faccia propri senza troppe storie i tabù del capitalismo, e sappia convincere la sinistra  farsi destra per poter contare in Europa. Le due linee, quella di Fassina e quella dei 25, sono ovviamente diverse e concorrenti, anche se possono trovare qualche momento di convergenza nelle prossime battaglie parlamentari  Su questo prometto di tornare con un post dedicato, in cui proverò pure a tirare le somme delle battaglie che ho condotto e delle sconfitte subite.

Noi ti sfiduciamo, ma tu non ti muovere. La direzione del Pd Siciliano è riuscita ad aprire la crisi (virtuale) del governo Crocetta ma “escludemdo le elezioni subito” (Giornale di Sicilia). Crocetta non va bene e deve andar via ma intanto resti a Palazzo d’Orleans! Questa storia è vecchia e penosa. Eletto con il 30% del 47% dei votanti, Crocetta aveva pensato di poter fare tutto quel che gli andasse di fare. Nomine (di assessori) a catinelle, dimissioni altrettanto torrenziali. Continui annnunci sulla rivoluzione antinafia da realizzarsi riciclando vecchi ruderi della politica siciliana e contando sull’appoggio della Confindustra e di Montante, alla fine pure lui indagato per Mafia. Sulfureo, debordante, troppo intento a rinnovellare la sua fama perchè gli restasse anche il tempo di governare., Crocetta non è mai stato amato dal Pd. Ne è derivata una stucchevole congiura di palazzo e a mezzo stampa. Insulti, rodomontate, finte tregue, nuovi insulti Ma di sfidarlo su un programma per la Sicilia – come avevo chiesto che si facesse- o costringerlo in Consiglio alle dimissioni correndo il rischio delle elezioni, manco a parlarne. Così il trio Faraone, Raciti, Crocetta condanna la Sicilia a galleggiare su polemiche e insulti made in Pd.