Archivi tag: sindacati

Dalla rottamazione alla concertazione

Nuove pensioni c’è l’accordo, Corriere. “Fatto l’accordo” Repubblica, “Renzi trova l’accordo”, la Stampa. La parola è accordo. La foto notizia mostra Susanna Camuso non già nei pressi di una discarica dove si rottamano vecchie auto ma di nuovo, pimpante, dalle parti di Palazzo Chigi, partner del governo Renzi per correggere, insieme a Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, certi guasti della legge Fornero (mandando in pensione a 63 anni gli addetti ai lavori più pericolosi e usuranti) e a strappare qualcosa per le pensioni più basse. È una buona notizia e non mi unirò al coro di chi obietta: “ma i giovani?”, “quanto grande sarà poi la platea di chi andrà in pensione senza dover accendere un prestito con le banche?”. Questa volta il premier aveva bisogno dei sindacalisti per sminare un tema che poteva costargli nel referendum e ha abbassato la cresta. Certo ha mandato Poletti dalla Camusso, per non rendere troppo evidente e brusco il ritorno dalla rottamazione alla concertazione.

Bruxelles, il sì all’Italia solo a maggio, Repubblica, pagina 4. Ciò vuol dire che non arriverà nessuna bocciatura della manovra prima del voto del 4 dicembre. Naturalmente tutti sanno che i conti non tornano. Continua la lettura di Dalla rottamazione alla concertazione

Ovunque vada

Cresce il lavoro. Pensioni, intesa coi sindacati. L’ottimismo va in prima pagina. Con Repubblica. L’Istat parla di 585mila occupati in più nell’ultimo anno, di 108mila disoccupati in meno e di una riduzione sensibile degli inattivi, ovvero di chi è tanto scoraggiato da non cercare lavoro. Sono dati positivi? Sì, lo sono. Naturalmente bisogna leggerle bene le cifre. Serve dire, per esempio, che un milione e 758mila persone da oltre un anno cercano lavoro e non lo trovano. Che il 22,3% dei giovani non studia né lavora. Che nel 2015 sono stati venduti 115 milioni di voucher, buoni per un lavoro occasionale, contro i 10 milioni venduti nel 2010. Insomma il lavoro precario cresce molto di più dei nuovi rapporti, chiamiamoli, regolari. Bisognerebbe poi ammettere che i nuovi posti sono aumentati, in fondo, solo dello 0,8%, appena più del PIL, +0,6%. E soprattutto ricordare bene quanto ci stia costando questo imbellettamento delle cifre: almeno 15 miliardi di contributi alle imprese nel biennio 2015-2016. Insomma il costo del lavoro è rimasto fermo, perché la spesa per le retribuzioni è cresciuta appena dello 0,9%, mentre il costo degli oneri scendeva del 2,6%. Condizioni provvisorie e irripetibili. Ma qualcuno, lassù, preferisce sfruttare l’effetto annuncio, conta sul fatto che i lettori badino solo al titolo in prima pagina. E canta vittoria: “il jobs act funziona”! Continua la lettura di Ovunque vada

Un caffè per la Francia

I giorni di fuoco della Francia, Repubblica. “Nella morsa della violenza”, La Stampa. Nei titoli, come negli articoli, si tengono insieme più fatti: un terrorista islamico che ha ammazzato una coppia di poliziotti sotto gli occhi del loro figlio, scontri molto aspri a Parigi tra giovani anti sistema e polizia, una grande manifestazione sindacale contro il jobs act e persino le violenze dei tifosi durante gli europei del calcio. Provo a mettere le cose in ordine, naturalmente secondo un criterio di giudizio che è il mio. Un recente sondaggio dice che solo 16 francesi su 100 apprezzano Hollande e il suo governo. Sorpreso dagli attentati del 13 novembre, che venivano dopo quelli a Charlie Hebdo e a l’Hyper Cacher, Hollande ha provato a rubare il mestiere alla Le Pen presentando una legge su la déchéance de nationalité (in pratica, i francesi con genitori magrebini, e dunque con doppia nazionalità, se sospettati di avere qualcosa da spartire con l’islamismo o peggio con il terrorismo islamico, si sarebbero visti togliere passaporto e diritti di cittadinanza). Il Parlamento si è diviso e Hollande ha dovuto far marcia indietro. Però lo stesso governo, subito dopo, ha imposto con il 39.3 (una super fiducia che evita ogni confronto parlamentare) sulla riforma del code du travail subito ribattezzata Jobs act francese. In forza di tale legge gli imprenditori ottengono il diritto di licenziare per motivi economici, di pagare meno gli straordinari (che qui scattano dopo le 35 ore settimanali) e di spostare la contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale. Un sindacato, la Cfdt (che somiglia alla nostra Cisl) ha approvato, altri, la Cgt (Cgil) e Force Ouvriere, hanno indetto scioperi e manifestazioni che proseguono da oltre un mese. Continua la lettura di Un caffè per la Francia

La frana

Un barcone rovesciato, i bambini tirati via per i capelli dalla morte in mare. Un tratto del lungarno che cede, che sprofonda per oltre tre metri non lontano da Ponte Vecchio. Sono le immagini di oggi, le notizie della nostra impotenza. Si sapeva che gli sbarchi sarebbero ripresi, con il mare calmo e la chiusura della rotta dei Balcani. Si sa che non spendiamo abbastanza per la conservazione dei capolavori che abbiamo ereditato, della terra antica e fragile su cui abbiamo la fortuna di vivere. Colpa del sindaco di Firenze, Nardella, come suggeriscono il manifesto – titolo “La frana!” – e il Giornale, titolo “La rottamazione di Renzi”? Merito dei marinai italiani, che sono comunque riusciti a salvare 562 migranti, come scrivono Stampa, Corriere, Repubblica? Io sento l’inadeguatezza della classe dirigente allargata: politici, imprenditori, professori d’università, giornalisti. Credo che il mercato non ci salverà, non fermerà i migranti umiliandoli, lasciandone morire migliaia e salvandone altri per il rotto della cuffia, ma poi spedendoli lontano, non si sa dove, perché chi vota non li veda e continui a votare, o non voti ma se ne resti tranquillo a casa. Il mercato non può buttare tutti quei soldi che servirebbero per evitare crolli come quello del lungarno, perché sono soldi che non rendono subito, investimenti che non si ammortizzano per anni. Continua la lettura di La frana

Chi è questo premier?

Ma chi è questo premier? Che a un referendum, quello sulle trivelle, dice che non si deve votare – e si prende perciò la reprimenda del presidente della Consulta – mentre su un altro – quello costituzionale – annuncia che se non lo vincerà smetterà di far politica. Chi è questo premier che si è rifiutato di discutere – quando sarebbe servito discutere – del suo progetto di riforma, affidandone la scrittura a trattative riservate – fra “decisori” come Finocchiaro e Boschi, forse con lobbisti ad assistere – imponendo in aula emendamenti canguro, che cancellavano tutti gli altri, e invece vorrebbe discutere, ora che emendare più non si può, alla camera dove la maggioranza è scontata grazie a un premio ottenuto da un altro che egli pur pretende di avere “spianato”, e grazie a una legge dichiarata, dalla Corte, incostituzionale? Le opposizioni lo hanno lasciato solo in aula. Non per sottrarsi al confronto – come egli dice – ma per ricordare come ormai si sappia cosa siano le sue riforme. Un uomo solo al comando. Meno controlli democratici e più trattative riservate con i gruppi d’interesse. Una democrazia semplificata che funziona addirittura meglio se la maggioranza degli elettori non va a votare. Continua la lettura di Chi è questo premier?