Dalla rottamazione alla concertazione

Nuove pensioni c’è l’accordo, Corriere. “Fatto l’accordo” Repubblica, “Renzi trova l’accordo”, la Stampa. La parola è accordo. La foto notizia mostra Susanna Camuso non già nei pressi di una discarica dove si rottamano vecchie auto ma di nuovo, pimpante, dalle parti di Palazzo Chigi, partner del governo Renzi per correggere, insieme a Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, certi guasti della legge Fornero (mandando in pensione a 63 anni gli addetti ai lavori più pericolosi e usuranti) e a strappare qualcosa per le pensioni più basse. È una buona notizia e non mi unirò al coro di chi obietta: “ma i giovani?”, “quanto grande sarà poi la platea di chi andrà in pensione senza dover accendere un prestito con le banche?”. Questa volta il premier aveva bisogno dei sindacalisti per sminare un tema che poteva costargli nel referendum e ha abbassato la cresta. Certo ha mandato Poletti dalla Camusso, per non rendere troppo evidente e brusco il ritorno dalla rottamazione alla concertazione.

Bruxelles, il sì all’Italia solo a maggio, Repubblica, pagina 4. Ciò vuol dire che non arriverà nessuna bocciatura della manovra prima del voto del 4 dicembre. Naturalmente tutti sanno che i conti non tornano. “Il tesoro – scrive Fubini per il Corriere – ha nettamente sbagliato per eccesso dieci volte su dieci le previsioni di crescita per quest’anno e, ormai è certo, anche per il prossimo” ma soprattutto tutti sanno come non sia vero che il Paese a cui fa capo il 10% del debito pubblico del mondo e il 2,4% del reddito, con un’economia cresciuta in media dello 0,46% negli ultimi vent’anni, possa ispirarsi a ciò che si chiede alla Germania di fare” cioè a spendere più di quanto non si produca. “Nel Def – scrive La Stampa- solo 7 miliardi di margine per Renzi. E la flessibilità è ancora tutta da negoziare”. Vero. Ma se ne parlerà dopo che Renzi avrà rimediato – se ci riuscirà – più sì che no e potrà mangiare tranquillo il suo terzo panettone a Palazzo Chigi. A proposito, oggi Bersani dice a Tommaso Ciriaco di Repubblica che “Renzi va verso il burrone (ma che) se perde non deve dimettersi (o comunque) farà lui un altro governo”. Per evitare il burrone, secondo l’ex segretario del Pd, il segretario-premier dovrebbe presentare subito una sua proposta di modifica dell’Italicum e in più un disegno di legge per rendere davvero elettivi i 100 consiglieri-senatori previsti dalla riforma Boschi. Altrimenti lui, Bersani, voterà no al referendum del 4 dicembre.

Di chi la colpa se vince Trump? Di Sanders, of course! Il povero Bernie ha appena accettato di fare un comizio a fianco di Hillary per convincere i millennials del New Hampshire a votare per lei. Ma questo a Paolo Mieli non basta. Troppo tardi, troppo poco. E da uomo dotto qual è, Paolo cita Buruma: «i cittadini hanno maggiori possibilità rispetto al passato di eleggere qualche farabutto avido di potere, perché simili personaggi non sono più arginati dalle tradizionali élite dei partiti». Poi elogia Robert Kagan, che consigliò a Bush di commettere i suoi crimini in Iraq ma che ora “ha abbracciato la causa democratica e sul Washington Post ha dato alle stampe un editoriale contro Trump dal titolo «Così il fascismo arriva in America». Al contrario di Sanders che ebbe a dire «Per me è un problema che la Fondazione Clinton abbia ricevuto milioni di dollari di donazioni da governi stranieri, da regimi autoritari come quello dell’Arabia Saudita». E di Susan Sarandon: “Per me Hillary ha fatto cose orribili ed è persino peggio di Trump. Probabilmente verrà incriminata prima di novembre”. Per non parlare di Oliver Stone: “Ha un approccio (Hillary) neo conservatore, combinerebbe casini con la Russia, potrebbe portarci in una vera guerra ed è peggio della premier inglese Theresa May. Ecco chi è il peggiore nemico della Clinton, e quindi il migliore alleato di Trump: “quella parte dell’elettorato di sinistra che sta scivolando verso posizioni anti establishment”. “È una riproposizione – ci spiega lo storico Mieli – di quel che accadde in Europa tra gli anni Venti e Trenta quando parte delle sinistre, a salvaguardia della propria purezza, consentirono ai partiti e ai movimenti fascisti di sfondare e di prendere il potere”. Secondo me, che sono certo meno dotto di Paolo Mieli né pretendo di essere uno storico, avvenne semmai il contrario: il correre verso l’establishment di socialisti e liberali (spaventati dalla rivoluzione d’Ottobre) permise a Hitler di prendere il potere.

Ricordate un anno fa, quei giovani leader come Renzi tutti in camicia bianca? Di Manuel Valls sapete già quanto non gli stia andando bene: oscurato da Hollande, si appresta a scomparire insieme ai socialisti dal turno di ballottaggio per l’elezione del Presidente della Repubblica. Pare che se la vedranno in Francia destra ed estrema destra. In Spagna Pedro Sanchez è stato sfiduciato dalla maggioranza – ben 17 membri si sono dimessi – dell’esecutivo del suo partito. Motivo? Non se la sentiva di appoggiare il governo neo liberista e post franchista di Rajoy, né di escludere per sempre l’ipotesi di una collaborazione tra socialisti e Podemos. Perciò ha convocato il congresso del partito. Quale congresso insorgono i suoi oppositori – quali primarie il 23 ottobre per eleggere il nuovo segretario, e quale governo con Podemos! I socialisti bevano la cicuta, si astengano permettendo a Rajoy di governare, evitino nuove elezioni anticipate. El Pais è con loro. Paolo Mieli direbbe che questo Sanchez non va bene, perché non ha il coraggio di difendere l’establishment con il volto di Rajoy, dall’anti establishment con la faccia di Iglesias. Più modestamente osservo che certe analisi sulla crisi (inevitabile) delle leadership della Terza Via non sembrano così infondate.

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