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Mala Capitale

Caffè avventuroso, oggi 21 luglio, e di nuovo scritto. Ma non volevo rinunciare a commentare la notizia del giorno.

Mettiamola così, d’ora in poi la potremo chiamare “Mala Capitale”, versione “il manifesto”, o “Mazzette capitale”, usando un titolo del Corriere, ma non più “mafia”. Almeno per qualche tempo.
Beninteso, i giudici di primo grado si sono mostrati severi. 20 anni a Carminati, il fascista che s’era messo in affari, 19 a quel tale Buzzi, che si era creato una cooperativa di ex detenuti e si faceva fotografare a cena con l’allora presidente delle coop e attuale ministro, Poletti. 10 a Panzironi, ex capo della azienda romana dei rifiuti. 8, in totale, a Odevaine che fu collaboratore di Veltroni e Zingaretti e, in ultimo, si occupava di migranti per il ministero.

Eppure, alla lettura della sentenza, gli imputati, pesantemente condannati, hanno festeggiato. Convinti che, caduta l’accusa di mafia, le pene in appello saranno, forse, più lievi e potrà arrivare persino la scarcerazione, sfumato l’allarme che quella parola terribile evocava.

Cosa ne penso? Beninteso, so bene come molti procuratori siano tentati da un uso generoso della accusa di mafia, per evitare che corrotti e corruttori, sanguisughe della spesa pubblica, se la cavino con una pacca sulle spalle.

È quello che è avvenuto anche con il reato di “concorso esterno”, con cui si è cercato di incastrare taluni politici che sicuramente erano clienti e utilizzatori delle mafie, ma che pure, non facendo parte dell’organizzazione in senso stretto, cioè della rete dei killer, se la cavavano sempre a buon mercato.

Tuttavia il procuratore aggiunto Prestipino era stato molto convincente quando aveva presentato Mafia Capitale come un fenomeno “originale e originario”. In sostanza – aveva detto – la corruzione a Roma è così estesa, il bisogno di fare incontrare corrotti e corruttori così forte, che l’Intermediazione mafiosa veniva invocata come soluzione indispensabile per muovere gli affari, e di conseguenza il PIL. Perciò Buzzi aveva voluto al seguito il fascista Carminati, per minacciare, intimorire, costringere le vittime a mollare. E così una organizzazione a delinquere finiva per somigliare a una rete mafiosa.

I giudici di merito avranno, invece, ritenuto che la mafia sia un fenomeno storico, che si è costruito in secoli, con la sua cultura e le sue antichissime lotte per il potere. Avranno voluto lasciarne il merito (e il demerito) alla Sicilia e alla Calabria, che è contigua.

Resta però un problema: come dovremmo classificare corrotti, corruttori, intermediari di affari illeciti, espropriativi di risorse pubbliche? Risorse di cui poi fanno un uso parassitario?
Già alla fine degli anni 60 Mario Mineo parlava di “borghesia mafiosa”, anziché semplicemente di mafia. I suoi detrattori lo accusavano, allora, di derivare quella terminologia da una sorta di ossessione marxista o classista. Invece – già allora – Mineo scavava un solco, tracciava una linea di separazione dai troppi (e in seguito si sono moltiplicati) sepolcri imbiancati, pronti a chiedere (a parole) che si butti via la chiave, quando viene arrestato un killer di mafia, ma sempre disponibili a intascare gli utili della gran torta del capitale criminale e dell’intermediazione parassitaria.

Vedremo se i giudici di appello confermeranno la sentenza di primo grado. Certo toccherebbe alla politica riconoscere che gli affari e i crimini di quella “borghesia mafiosa” rappresentano la prima emergenza del paese. E decidere adeguate contro misure. Spero che succeda, ma purtroppo vedo come si preferisca commemorare in modo ipocrita e bugiardo i martiri. Senza riconoscere quello che è ovvio. Che Falcone e Borsellino sono stati uccisi per ordine e nell’interesse di quella cosiddetta zona grigia, della borghesia mafiosa, appunto. Cioè dì mafiosi in doppio petto o in alta uniforme. Che non si curano direttamente delle stragi ma ne traggono ogni vantaggio.

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