Triste non saper perdere

Matteo da legare, il manifesto. “Prende due sberle in faccia”, il Fatto Quotidiano. Repubblica non le chiama “sberle”, ma ne spiega l’effetto: “Mattarella e il Pd frenano Renzi”. Il Corriere fa parlare Mattarella: “Inconcepibile il voto subito”. Mentre Giannelli veste l’ex premier segretario con il kimono di una Madame Butterfly che da una nave del Pd va via alla ricerca di “unità”. Ieri il governo ha umiliato il Senato, colpevole di non essere stato rottamato dal referendum. Alle 18 la legge di bilancio, ben 3mila pagine, è stata consegnata alle commissioni, alle 13.30 di oggi l’Aula voterà la fiducia… a un governo dimissionario. Pare che Renzi abbia chiesto “Un governo con tutti dentro” o le elezioni a carnevale. “Tenta l’inciucio per comandare ancora”, gli risponde il Giornale. Che tristezza. Non sa accettare la sconfitta, si vede che non era prevista dalla sua agenda. La sovranità del popolo è per lui una locuzione astratta, la possibilità di aver sbagliato, semplicemente esclusa. Sono semmai i 19 milioni che hanno votato No, ad aver commesso un errore non scusabile. “Noi abbiamo il 40 per cento”, grida trionfante il tristo scherano Luca Lotti. Ieri i senatori dissidenti del Pd raccontavano un clima di caccia alle streghe. Chi ha tradito non sarà candidato. Al voto, con Renzi e per Renzi. Cupio dissolvi! Repubblica pensa al dopo, a Pisapia che si offre: “Pronto a unire la sinistra”. Sole24Ore archivia la promessa di una apocalisse per la vittoria dei No: “Piazza affari (+4,15%) corre con le banche. Spread a 158 punti, Btp sotto il 2%”.

Perché non ci sarà l’urna di carnevale, lo spiega Stefano Folli per Repubblica. “Mancano le premesse istituzionali, politiche e persino tecniche per un scioglimento anticipato”. Perché “la Corte” si pronuncerà solo il 24 gennaio sulla costituzionalità della legge elettorale e poi bisognerà rendere compatibili i sistemi di voto della Camera e del Senato. Perché “il Quirinale cerca la stabilità e di sicuro in Europa sono in molti a condividere la cautela di Mattarella”. Perché, infine, “Renzi è ancora il capo (del Pd) ma la coperta del suo potere si è improvvisamente ristretta. Quanto si sia ristretta la coperta, un tempo vasta, del potere renziano lo mostra il Giornale, mostrando la foto di Franceschini: “È lui l’uomo che ha in mano il futuro di Matteo”. Mentre Repubblica scrive già del dopo, di una possibile ricucitura tra la sinistra del No e quella del Sì: Bersani, Pisapia, Cuperlo, Smuraglia, Landini.

Affiora la tentazione del Pd di scaricare sul Paese la sua disfatta referendaria, scrive Massimo Franco per il Corriere. “Renzi conta di ottenere dalla direzione del Pd di oggi carta bianca. Il premier scansa l’esigenza di una transizione ordinata, che conduca alle urne dopo avere messo in sicurezza i conti, cambiato l’Italicum e offerto garanzie all’Europa. E rischia di mettere in difficoltà un Quirinale attento alle prerogative altrui, ma determinato a proteggere le proprie. L’idea renziana di proporre un governo di «responsabilità nazionale» con dentro tutti, e non «istituzionale», sembra un escamotage – continua l’editorialista – per farsi dire di no e rendere il voto inevitabile; e per tagliare la strada al presidente del Senato, Piero Grasso, considerato troppo autonomo. L’azzardo è evidente. Dietro l’atteggiamento del premier si indovina il timore di abbandonare Palazzo Chigi”. Antonio Polito intinge la penna nel curaro e denuncia “la mistica del gesto rapido e audace, spregiudicato e in quanto tale «coraggioso», un «arditismo» che celebra chi agisce con cinica e arrischiata determinazione. Asfaltare gli avversari è diventato il contenuto principale della lotta politica, con il conseguente grave indebolimento dei vincoli del bene comune e dell’interesse generale”.

Il segnale dei giovani che viene dall’urna. “Per la prima volta – scrive Dario Di Vico – i giovani hanno contribuito fortemente a determinare un risultato elettorale e in questo modo si sono quantomeno candidati a diventare un nuovo baricentro del consenso”. Quei giovani che hanno lasciato precipitare il pur giovane premier, non lo hanno tradito. Perché non erano mai stati con lui, non lo avevano inteso: che c’entro io con quel che dice, la mia vita con il suo ottimismo di facciata, la ricerca (obbligata) di un altro modo di consumare e produrre con le guerre per spianare un giorno la Camusso e un altro Tsipras, ieri Landini domani Merkel? A quei giovani dovremmo parlare, abolendo il giovanilismo, mettendo dietro la lavagna il primo che usa il linguaggio astruso dei cosiddetti movimenti (alibi identitario per una sinistra che da un quarto di secolo non propone nulla). Parlare con loro della rivoluzione scientifica in corso, del lavoro al tempo dei robot, delle relazioni umane quando si condividono i consumi. Parlare di Europa non può ridursi a un campo di battaglia perché è la nostra storia e il nostro futuro: se è stato folle provare a costruirla ieri partendo da banche e moneta, folle sarebbe abbandonarla oggi alle destre e alle guerre che porteranno. Non mi sento né Lenin né Gramsci. Per questo non alzerò da solo la bandiera della verità, non userò la grande scuola marxista e critica della mia gioventù né l’abitudine a osservare i fatti del mio mestiere, per dividere la sinistra già divisa a sinistra del Pd. Così come ho cercato di non dividere il Pd e ne sono uscito solo quando l’osservanza servile a una moda caduca s’era sostituita al confronto fra le idee. Posso scrivere, avanzar proposte, discutere con chi vorrà. Questo posso farlo.

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