Convergenze parallele tra Pd e M5S

Un piccolo passo ma in direzione opposta. La signora elegante, la cui foto troviamo oggi sui giornali, col suo caschetto argentato e il vezzo di posare gli occhialini sul naso, ha aumentato dello 0,25%, portandolo appena allo 0,50%, il tasso d’interesse praticato dalla Federal Reserve. Lei ha detto: “è la fine di un’era”, titolo del Sole24Ore. Altri parlano di “scommessa storica”, Financial Times, o di “svolta”, Corriere della Sera. L’ultimo rialzo risale al 2006, 9 anni fa, dunque la novità delle Fed merita di essere segnalata. Ma forse la vera innovazione sta nella modestia stessa dell’aumento e nel fatto che sia arrivato dopo tanti annunci e altrettanti rinvii. La Yellen si comporta come un equilibrista sulla corda stretta della politica finanziaria, che sa di avere sotto una montagna di crediti inesigibili ma anche prezzi che ristagnano, perché consumatori e investitori credono poco in una vera ripresa.

Svolta sulla Consulta, i tre giudici eletti dal patto Pd 5Stelle. Sì, il Parlamento ce l’ha fatta: sono stati nominati giudici costituzionali il professor Modugno, proposto dal Movimento 5 Stelle, il professor Prosperetti segnalato dai centristi e (meno votato degli altri due) Augusto Barbera, il candidato di Renzi. La svolta stavolta c’è stata, anzi uno “svoltone” come ha subito detto Pierluigi Bersani. Renzi umilia Berlusconi e trova l’intesa con Di Maio. Proprio alla vigilia di un dibattito parlamentare in cui i portavoce dei cittadini chiederanno le dimissioni della Boschi e, con il loro linguaggio colorito, chiameranno ladri quelli del Pd.

Convergenze parallele. La frase, che è stata attribuita ad Aldo Moro, è un ossimoro (per definizione le parallele non convergono) ma indica un paradosso utile. M5S e Partito della Nazione hanno l’interesse comune a proseguire su strade diverse: per questo ieri hanno colpito insieme. Renzi deve minimizzare il danno: se non avesse portato Barbera alla Consulta, non solo avrebbe dovuto rinunciare a un avvocato difensore, in quella sede, dell’Italicum e della riforma del Senato, ma – ed è più grave – avrebbe dato la sensazione di contare poco. Umiliando Forza Italia – dopo un provvidenziale battibecco alla camera con Renato Brunetta – spera, invece, di accentuare lo scontro tra una destra fondamentalista (alla Salvini) e una degli interessi (disposta a dialogare, e spesso a votare, con il governo). Così conta di recuperare parecchi voti in libertà. Di Maio – sì, lo so, non decide da solo e non è neppure il capo riconosciuto, ma bisogna pur semplificare – mostra di poter contare già oggi nelle scelte che contano e dunque domani di poter persino governare. Inoltre non dispiace ai 5 Stelle la nomina di Barbera, in quanto il movimento ormai scommette proprio sul ballottaggio dell’Italicum per poter andare al governo in solo.

Serrare le fila e partire alla lotta. Riassumerei così l’attitudine, in questo fase, del premier e segretario. Le mozioni di sfiducia nei confronti del suo ministro per le riforme rinsaldano il Pd (che si unisce per rispondere agli insulti) e la maggioranza di governo, fiducia dopo fiducia. Il quadro resta tuttavia è allarmante. La Stampa cita un sondaggio secondo cui il Pd, dopo l’affaire della Banca Etruria, avrebbe perso un punto e mezzo, passando dal 32 al 30,5%, la fiducia nel premier sarebbe in caduta, al 30,8%, meno 1,7 e – quel che è più grave – alla domanda “Maria Elena Boschi si deve dimettere? Il 58,6% dice di sì”. L’opinione pubblica è una strana bestia, sembra distratta ma ha la memoria lunga. Così prima ancora che Maria Elena si spieghi in Parlamento, sembra condannarla con le stesse parole che la ministra usò a proposito della Cancellieri: “Al suo posto mi sarei già dimessa. Non pare ci siano profili di illegittimità nella condotta ma ha dato l’idea profondamente sbagliata di un sistema in cui solo se conosci qualcuno riesci a vedere tutelati i tuoi diritti”.

Su Arezzo, fulmine e saette. Nei necrologi – il mio ve l’ho risparmiato – del poco venerabile Licio Gelli si insiste spesso sulla sua dimensione provinciale, toscana e aretina. Sul grumo di interessi e di omertà della provincia che può essere stato un modello per gli affari della P2. E oggi com’è da quelle parti il nuovo che avanza? Secondo Fiorenza Saracini, del Corriere, starebbero arrivando da Bankitalia nuove “Sanzioni all’ex cda di Etruria Nella lista il padre di Boschi”. Secondo la Repubblica “Il PM alza il tiro: ipotesi truffa sui bond. Verifiche allargare a Consob e Bankitalia”. Secondo il Fatto, Banca Etruria avrebbe concesso un “finanziamento allegro al birraio di Renzi” (si chiama Matteo Minelli e, per quanto ne so, non ha altra colpa se non quella di conoscere Renzi). Spazzatura, diranno a ragione parecchi lettori. Probabile, ma la storia della Grande Rivoluzione insegna che i moralizzatori spesso finiscono moralizzati. Renzi ha tuttavia un’arma formidabile: la mancanza di un’alternativa hic et nunc. Il Dies irae verrà con il ballottaggio, quando voteremo con l’Italicum.

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