Fiat come Volkswagen?

Non siamo così stupidi, dice Marchionne. Tanto stupidi da replicare un anno dopo il caso Volkswagen truccando almeno 102mila macchine al fine di nasconderne le emissioni nocive. Tanto stupidi da vantarsi di aver costruito grandi auto diesel ecologiche, che ecologiche non lo erano affatto. Ieri il titolo FCA ha perso d’un colpo il 16% alla borsa di Milano. Oggi Financial Times titola a tutta pagina: “Gli stati Uniti aprono il fuoco su Fiat Chrysler per una presunta truffa sulle emissioni”. L’uomo del maglione si arrabbia e denuncia un complotto, “una guerra sporca tra presidenti – dice – alle spalle della gente che lavora nei nostri stabilimenti”. Ma Barack Obama, di cui è nota la sensibilità ambientalista e che ha piazzato gente in gamba alla guida della Environmental Protection Agency (Epa), non era forse l’amico americano di Marchionne, quello che aveva benedetto l’arrivo a Detroit del manager italiano? E, più recentemente, Donald Trump non aveva lodato, via sms, l’intenzione FCA di costruire più auto negli stabilimenti americani? Il manifesto titola “Tutto fumo”, un po’ riferendosi alle polveri sottili liberate dai grandi motori diesel, un p0’ per dar conto di un’altra battuta di Marchionne, quella con cui ha accusato gli uomini Epa di “aver fumato roba illegale”. Però se la fumavano della roba, lo facevano da mesi. Perché l’indagine durava da tempo e Fiat ben lo sapeva. La mia impressione è che l’azienda e il suo AD puntino tutto sull’uomo “nuovo” a cui Trump ha promesso la direzione dell’EPA. Ecco chi è costui, secondo Federico Rampini e la Repubblica: “Scott Pruitt, già ministro della Giustizia dell’Oklahoma, un politico-lobbista legato ai petrolieri, che ha sempre tentato di smantellare o contrastare i poteri dell’Epa”.

Rivolta a Tripoli, i clan assediano il governo Serraj, titola la Stampa. Ma ieri sera l’ambasciatore italiano, che ha appena riaperto bottega a Tripoli, smentiva: tutti i ministeri sarebbero tornati sotto il controllo del governo “appoggiato dalla comunità internazionale” . Tuttavia proprio ieri il generale Haftar, l’uomo forte dell’altro governo che siede a Tobruk, si faceva vedere su una portaerei russa e dialogava con il Cremlino. Così, scrive sempre la Stampa, “Roma rimane isolata. Europa e Stati Uniti non prendono posizione” sul blitz delle milizie a Tripoli che ci sarebbe stato, ma le milizie lealiste lo avrebbero respinto. Vorrei anche sapere cosa succeda a Sirte: qualche settimana fa El Pais denunciò un ritorno dell’Isis in quella città. Anche al Pais si fumano “roba illegale”? Se, noi italiani, contiamo sul governo di Tripoli come pivot per contenere l’immigrazione dall’Africa, non stiamo messi bene.

La frustrazione di Zagrebelsky. Il presidente emerito della Corte Costituzionale, che si era impegnato per il No referendario, si chiede oggi in una lunga intervista al Fatto se mai andremo a votare, “I politici – egli sostiene – sono maggiordomi della finanza e hanno il terrore delle urne”. “Si dice – aggiunge – che bisogna armonizzare le leggi elettorali di Camera e Senato. È giusto. Ma, se non le armonizzano entro il 2018, cioè alla naturale scadenza della legislatura, che succede? Si dirà che, per forza maggiore, per il momento, non si può ancora andare al voto?” Quanto al governo Gentiloni a Zagrebelsky sembra “una presa in giro per 20 milioni di italiani”. Una proposta, per la verità, l’avrei. Subito dopo la sentenza della consulta sull’Italicum, prevista per il 24 gennaio, dedicare una sessione speciale dei lavori di Camera e Senato alla legge elettorale, con l’obbligo per ciascun gruppo di indicare le linee guida della legge, tenuto conto del voto referendario. Poi un gruppo ristretto di senatori e deputati incaricato di “armonizzare” le proposte, in pratica di scrivere un testo da sottoporre agli emendamenti e al voto dei due rami del Parlamento. Ci vorrebbe un mese di lavoro, forse due. Lo capisco. Ma forse riusciremmo a diradare il fumo che si sta diffondendo. Basta, corro ad Agorà, trasmissione della Rai che, dopo parecchio tempo, è tornata a invitarmi.

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