La legge con cui voteremo

Il caffè va in clinica, o quasi. Un banale strappo muscolare ha provocato una severa lombalgia. L’ostinazione a proseguire come se niente fosse, ha fatto il resto. Ormai il dolore si è fatto così acuto da impedirmi di restare seduto, anche solo per pochi minuti. Dunque niente registrazione del caffè né “montaggio”. Per qualche giorno potrò produrre qualche nota scritta, all’ora in cui potrò.

Legge elettorale, che sta accadendo? Alla fine mi pare che i “decisori” abbiano dovuto rinunciare alle italiche porcate, leggi né proporzionali né maggioritarie e vistosamente incostituzionali. La legge attualmente all’esame delle commissione Affari Costituzionali della Camera è una legge proporzionale, con una correzione “maggioritaria” legittima, che consiste nello sbarramento al 5%. In base al quale (se i sondaggi che corrono dovessero mantenersi nelle urne) i grandi partiti si spartirebbero, oltre allo quota loro spettante, 100-120 seggi rimasti vacanti perché i piccoli partiti non hanno superato la mitica soglia.

È una buona legge quella sostenuta da Pd, Movimento 5 stelle, Forza Italia e Lega? No, ma è comunque, a mio modo di vedere, uno straordinario passo avanti rispetto alle porcate con cui dal 2006 ci obbligano a votare. Il Porcellum era incostituzionale perché attribuiva al vincente un irragionevole premio di maggioranza, trasformando una forza politica del 30, o anche del 25 per cento, in una coalizione parlamentare con il 55% dei seggi. I rappresentanti del popolo, poi, venivano scelti dai Capi delle varie coalizioni. Così la loro autonomia di fronte ai leader si riduceva al lumicino (detto fra parentesi, proprio per questo si è ingigantito il fenomeno dei volta gabbana: chi è stato costretto ad accettare una obbedienza non sentita, una volta ottenuto il mandato, ha pensato di riprendersi la sua libertà).

L’Italicum era una autentica pazzia. Niente di meno. Legge proporzionale al primo turno (e sempre con le liste bloccate, cioè condite dai segretari di partito) si trasformava al ballottaggio in uno spareggio ultra maggioritario tra i capi più votati. Non solo! Al vincente si attribuivano, in premio, 130-150 deputati eletti solo grazie alla sua vittoria. Vi ricordo che in Francia (con un’altra e molto diversa costituzione) si elegge sì, al ballottaggio il Presidente della Repubblica, che è anche capo del governo. Ma poi questo Presidente deve conquistarsi una maggioranza parlamentare in un altra elezione, le “legislative” con collegi uninominali e secondo turno. Con l’Italicum, invece, il premier vincente si portava in dote premio e fedeli.

Perché ci hanno fatto votare 3 volte con leggi incostituzionali? Perché i nostri partiti vorrebbero davvero “sapere la sera stessa chi ha vinto e governerà” ma non vogliono il maggioritario: aborrono leggi come quella britannica, francese o, in parte, come la legge Mattarella. Con quei sistemi, infatti, l’eletto nel collegio brilla di luce propria (nel bene o, eventualmente, nel male). È il deputato che conquista nel collegio il premio di governabilità che porta in bocca al “suo” premier. Non il contrario. Purtroppo i capi di Forza Italia, del Partito Democratico e, ahimè, dei 5Stelle vogliono invece “scegliere i ragazzi” da mandare in Parlamento. Forse perché temono congiure nelle loro stesse formazioni politiche.

Ora sembra finita. Perché la legge in esame è sicuramente “proporzionale”, sia pure corretta dallo sbarramento per tenere fuori le forze troppo piccole e dunque incapaci di fare una proposta erga omnes. C’è un però, ed è grande come una casa. A scegliere i deputati o i senatori saranno sempre loro i “capi” o “segretari”. Così prendendo in ostaggio democrazia e Parlamento. Lo so, avete letto che le preferenze non vanno bene. Tuttavia anche i collegi uninominali possono essere un guaio. Perché chiunque sia noto sul piano nazionale o in quel territorio ha una forte possibilità di spuntarla su un ottimo candidato, solo meno “popolare”. Nei collegi sfonderebbero gli Emiliano, i De Luca, De Magistris, Gratteri (se si presentasse), ma anche i Del Debbio e persino i Mineo (che ha trascorso, anche lui, del tempo in televisione e qualcuno se ne ricorda). Non c’è, dunque, selezione elettorale senza rischi, cedere la sovranità al capo deprime la dialettica tra eletti e segretario, parlamentari e governo.

Ma poi questa legge è costituzionale? Come sapete, il diavolo si nasconde nei dettagli. In questo caso Fiano – che ha presentato il maxi emendamento – ha previsto i collegi uninominali e il listino bloccato. Credo solo per poter chiamare “tedesco” il suo proporzionellum. Ma in Germania i collegi sono veri: se vieni eletto là poi entri nel Bundestag e se un partito vince in tre collegi concorre alla ripartizione proporzionale anche se non ha superato la soglia del 5%. Da noi invece chi vincesse nel collegio non avrebbe affatto la garanzia di essere eletto. L’emendamento Fiano dà la priorità al capolista nel listino proporzionale. Ne deriva che i candidati non avrebbero le stesse chance di essere eletti, e quello votato (anzi stravotato) nel collegio potrebbe vedersi “scippata” l’elezione. Secondo il professore Pasquino ciò violerebbe l’articolo 3 della Costituzione. Insomma sarebbe meglio eliminare quel simulacro di collegio uninominale e introdurre la preferenza.

Infine, la politica. Alla sinistra – io sono in Sinistra Italiana – conviene la legge in discussione proprio perché introduce lo sbarramento al 5%. Soglia “alta” che sta già costringendo Bersani e D’alema, Prodi e Pisapia, Fratoianni e Civati a parlarsi e a prendere in considerazione l’idea di unirsi. Non per dar vita a una stupidissima riedizione dell’arcobaleno né per celebrare un matrimonio (anzi un’ammucchiata) di interesse. Ma perché nessuno dei frammenti che si riunirebbero in nome della “sinistra”, da solo sarebbe in grado di lanciare una forte e credibile proposta per il futuro del paese. Il semplice dir no allo slittamento verso destra del Pd ha, invece, un significato. E può essere levatrice di un parto proficuo.

Naturalmente c’è un problema. I giornali vorrebbero ridurre questa lista alla “novità” Pisapia, che si porterebbe dietro come garanti Prodi e Letta. Ora Pisapia e Letta hanno votato sì al referendum e Prodi non ha voluto sostenere le ragioni del No. Inoltre non sappiamo cosa queste tre personalità pensino della reintroduzione dei voucher (che anche se non fossero voucher come quelli di prima – e ho qualche dubbio – comunque consumerebbero una truffa ai danni di chi aveva firmato per il referendum ed è stato gabbato, nel breve volgere di un mese, prima dall’abrogazione, per bloccare il referendum, poi dalla pronta resurrezione di quel tipo di contratto). Nè sappiamo se i tre abbiano maturato un distacco dalla “Terza Via” e dall’illusione che le divergenze si possano risolvere a colpi di primarie, le quali finiscono per privilegiare le doti “comunicative” del leader rispetto a concrete scelte politiche e programmatiche.

E tuttavia siamo in ballo, balliamo. Credo che un buon antidoto a tali pericoli sia quello di aprire le liste ai comitati per il No al referendum, alla Cgil, all’Anpi, all’Arci. Riducendo al minimo il numero dei candidati direttamente legate ai vari (e ristretti) gruppi dirigenti. Senza rischiare non si costruisce. Alzando muri non si gettano ponti. L’unica purezza che abbia un senso è quella che difende un preciso programma. Ma è necessario che tale programma sia ben chiaro, condiviso da gruppi non trascurabile di militanti, comunicabile in una campagna elettorale nel corso della quale si parla al popolo, ai cittadini, agli italiani, non solo ad avanguardie di movimenti che peraltro, negli ultimi tempi, non hanno mostrato né una grande capacità di mobilitazione né particolare empatia con una platea più vasta.

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