Renzi attacca

Renzi attacca, no alla sfiducia, annuncia il Corriere. Eh sì, è tornato. Maria Teresa Meli esulta: “minoranza crollata” – in effetti la sfiducia sulle banche è stata respinta con 178 voti, 19 in più di quelli che bastarono per la “buona” scuola -, “fanno la fila per venire”. Chi? Verdini, naturalmente, ma anche i tre “amici” del sindaco ex leghista Tosi, anche alcuni ex grillini. Repubblica che (disgustata dall’affaire delle statue velate e dalla scelta di far slittare il voto sulle unioni civili a dopo la manifestazione del family day) ignora Renzi in prima pagina e nota in cronaca che ex grillini e ex leghisti sarebbero bastati al governo anche senza i Verdiniani. Giannelli fotografa la realtà disegnando un “rosso” (Bersani), “bianco” (Boschi) e un “Verdini” che, insieme, innalzano al cielo una gigantografia di Renzi e con su scritto “Partito della nazione”. “Renzi non risponde su Etruria e grida al complotto del Fatto”. Il giornale di Marco Travaglio si vanta di essere entrato nel mirino del premier: “Le due mozioni hanno gli stessi refusi di due editoriali del Fatto: sono un copia e incolla “La prossima volta controllate” “Andrete avanti per mesi a controllare le agende dei cugini, dei nipoti, degli zii; ad attaccarvi a ogni pezzettino di fango!”. “Si conteranno i no, ma i sì sono sempre meno perché tra voi di Forza Italia esiste oggettivamente una grande divisione”. “Dall’1 novembre 2015 al 18 gennaio 2016, gli articoli dedicati all’immigrazione sono 1.770, a Banca Etruria 1.889”. Dixit.

Quando le opposizione lo attaccano, Matteo Renzi dà il meglio di sé, scrive Massimo Franco: “Addita spietatamente i loro limiti e contraddizioni. E ne esce trionfatore”. La ragione è semplice. Renzi ha stravinto, la minoranza Pd si è suicidata e non se ne rende conto, la destra perde pezzi perché non ha una politica, i 5Stelle si accontentano di vivacchiare mostrando ai seguaci di quanta – vana – durezza siano capaci i “portavoce”, la sinistra-sinistra (Sel, Sinistra Italiana) si appiattisce sulle altre opposizioni (e vota, dimessa, sempre no come quelli del Pd votano sempre sì), il Senato è già sciolto, non si discute, si vota. E Renzi vince facile, non entrando mai nel merito e prendendosela con chi c’era prima. Scrive Franco: “Renzi è a Palazzo Chigi grazie agli errori e ai limiti avversari. E ogni volta che gli vengono imputati comportamenti sbagliati, può rispondere che la colpa di quanto accade è di chi lo ha preceduto; o comunque, che chi c’era prima ha fatto di peggio o non ha fatto nulla”.

Libia, intervenire prima della primavera, cioè a giorni: lo dice la ministra della difesa Pinotti. Poi aggiunge “ma non da soli”. Ecco, questo sarebbe il tema su cui riscattare il penoso tran tran parlamentare, su cui le opposizioni dovrebbero chiedere – tutte insieme, anche incatenandosi o imbavagliandosi alla Pannella, un confronto serio, immediato, sincero, in aula, sotto gli occhi degli Italiani. Scusate: il premier si è mostrato irridente quando Hollande ha scelto di bombardare le postazioni del Daesh in Siria, ora invece, zitto zitto, vuole mandare soldati italiani in Siria. E a fare che? Guardare il bidone – sorvegliare ambasciate a Tripoli o pozzi dell’Eni nel deserto – è più pericoloso che combattere inseguendo i tagliagole, perché sotto attacco quelli magari scappano, se stai fermo invece li inviti a fare il tiro a segno. E tu soldato italiano, nipote degli invasori colonialisti che uccisero Omar Al Mukhatr, il leone del deserto, sei il bersaglio che ci vuole per la propaganda del califfato. Trovo incredibile che di questo neppure si parli in Parlamento. Ho un’invidia tremenda per il confronto che si è svolto alla Camera dei Comuni, con i laburisti Hilary Benn e Jeremy Corbyn che duellavano.

A volte resistere significa restare, a volte significa andare via. Lo ha detto Christiane Taubirà, lasciando in bicicletta il ministero francese di grazia e giustizia. Si è dimessa in polemica con la scelta di togliere la nazionalità francese ai terroristi, o ai presunti terroristi, che abbiano un’altra nazionalità. É una misura di scarsa efficacia ma simbolica, che intende riparare a un errore di molti anni fa. Il 12 maggio del 2002 migliaia di immigrati magrebini, di seconda e di terza generazione, fischiarono allo Stade de France la Marsigliese, prima della partita Francia Algeria. Chirac si alzò e andò via, Jospin, allora primo ministro, non lo fece e perse le presidenziali, facendosi superare al primo turno da Jean Marie Le Pen e spianando la strada a un nuovo mandato per Chirac. Hollande ora gli toglie la nazionalità a quei francesi che fischiano la Francia: e hanno un altro passaporto: restino algerini, o tunisini o marocchini. Meglio sarebbe stato decidere di ripudiare chiunque, con atti odiosi – Charlie Hebdo, Bataclan – abbia rotto il contratto repubblicano. Il governo ha invece varato una misura contra personam, poco efficace e che strizza l’occhio a chi odia tutti gli arabi.

Vive la France! Perché almeno di diritti si discute. Da mesi gli imprenditori chiedono un nuovo statuto del lavoro: il loro articolo 18 sono le 35 ore, che costringono a pagare di più lo straordinario o a pagarlo in cambio di lavoro che a loro sembra dovuto. E poi, anche in Francia, si vorrebbe passare dal contratto nazionale a contratti aziendali. Il governo ha risposto incaricando un grande giurista, Robert Badinter, di riscrivere i diritti fondamentali e inalienabili del lavoratore, ma specificando cosa si possa cambiare per esigenze di mercato, e quali eccezioni siano sopportabili. Ne è venuto fuori un gran documento, pubblicato da le monde del 26 gennaio, che tradurrò per Left e sottoporrò alla riflessione delle nostre sinistre.

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