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Piggy e il predatore

Se sei Trump, alle donne puoi fare ciò che vuoi. Quel fuori onda di molti anni fa sta costando molto caro al candidato repubblicano. Non solo perché declassa le donne a semplici oggetto di consumo. Interessanti, come Alicia Machado, quando conquistano la corona miss universo, ma che tornano oggetto di disprezzo, semplicemente Piggy, se prendono qualche chilo in più. Quella frase racconta altro: mette il cartellino del prezzo alla preda, e trasforma in predatore autorizzato un maschio con il portafogli gonfio, politico di successo o star della Tv. Spettacolo indecente. Vi immaginate se in Cane di Paglia, Charlie Venner avesse avuto pancia, dita piccole, ciuffo posticcio e i modi di Trump? Il fuori onda ha svelato il trucco, ora Donald è nudo e non è granché bello da guardare. Ora il maschio ammiccante che gli gridava “Dagli sotto”, ora la donna avida che commentava “Però!” ora si vergognano di lui. Perché non è altro che un imbroglio, uno della casta che finge di voler spazzare gli altri della casata, ai quali però è legato perché, come loro, si può permettere di comprare e dunque di predare. “In bilico la candidatura”, titola la Stampa. “Non lascio”, risponde Trump dal titolo del Corriere. Fatto sta che il suo vice designato, Pence, si dissocia e annulla un comizio e anche la moglie Melania (era scomparsa dopo la performance alla primarie) ora lo critica. I repubblicani vorrebbero sostituirlo, ma non sanno come. La Clinton ringrazia. Mentre lo scoop del Washington Post su Trump ne oscura uno di Wikileaks, che ha pubblicato certe mail di Hillary: “Sono lontana dalla gente”, “Aiuto le banche a crescere”.

Il Sì perde pezzi. “Strappo di Bersani: il nostro voto è No”, Corriere della Sera. “Io, trattato come un rottame” – dice l’ex segretario a Monica Guerzoni – “L’Italicum cambia? Chiacchiere”. Poi alla domanda: “Non le basta che Renzi abbia spersonalizzat0”, risponde: “Perché riconoscesse l’errore c’è voluto Jim Messina, ma Jim Bettola – Bersani è di Bettola – glielo va dicendo da mesi gratis”. Dunque No, e il suo ex portavoce, Di Traglia, fonda nel Pd -scandalo! – un comitato: “Democratici per il No”. “Referendum, Emiliano dice No” è invece il titolo del Fatto: “la riforma è invotabile”. E Massimo Cacciari scrive su Repubblica: “Questa cosiddetta riforma si colloca certamente nella prospettiva di chi ignora la gravità della crisi che la democrazia attraversa. Essa non si esprime soltanto nella debolezza dell’Esecutivo, in una “costituzione senza scettro”(come il sottoscritto con altri predicava quarant’anni fa), ma ancor più in quella del Parlamento. La spasmodica ricerca di trasformarlo per quanto possibile in un’assemblea di nominati e cooptati da parte di chi sarà chiamato a formare il governo significa liquidarne la stessa ragione d’essere. Il Parlamento nasce e si giustifica in quanto essenzialmente organo di controllo e espressione della sovranità del popolo. Il rafforzamento dell’Esecutivo, in una riforma degna di questo nome, avrebbe dovuto combinarsi con un rafforzamento del Parlamento, della sua rappresentatività, del suo ruolo. La stessa legge elettorale in discussione a tutto mirerà, siamone certi, fuorché a questo fine”.

Meglio il semi presidenzialismo francese che questa riforma truffaldina. Come sapete, Massimo Cacciari aveva detto più volte che avrebbe votato Sì, turandosi il naso, ma Sì. Non ha cambiato idea ma oggi spiega che se vuoi dare più poteri al governo devi dirlo (non negarlo come fa Renzi) e al tempo stesso devi dare più onore (e più poteri di controllo) al Parlamento. Sono d’accordo: perciò ritengo – e l’ho detto più volte – che sia da preferire la riforma della bicamerale D’Alema, che questo mostriciattolo renziano. Quanto all’appello che Cacciari lancia a “coloro che si oppongono”: “Comincino a lavorare non per resistere-resistere-resistere, ma per innovare-innovare-innovare la nostra cara, e tutt’altro che vecchia, democrazia”, rispondo che se (come credo e spero) Renzi perderà il referendum, presenterò subito una proposta semplice per superare il bicameralismo. E se invece dovessero prevalere i Sì, chiederei comunque la soppressione del Senato (quello Boschi – Finocchiaro è deforme) e, insieme, il rafforzamento dei poteri di garanzia. A partire dalla clausola greca : se per tre volte la Camera non riuscisse a eleggere, con maggioranza dei due terzi, il presidente della Repubblica, si scioglie la Camera e si ritorna a votare.

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