Che pesce è Gentiloni

All’ombra di un Gentiloni e dentro l’urne. Lo chiamano Gentil Renzi (il Giornale) o Gentil clone (il Fatto Quotidiano), prevedono che il governo sarà inadeguato (si parla fra l’altro di un Alfano agli esteri!), temono che porti con sé “una brezza da prima Repubblica (Marcello Sorgi per la Stampa) o che venga impallinato “col fuoco amico” del Pd e di Renzi” (Massimo Franco per il Corriere). Andranno in piazza (la Lega) o diserteranno le Camere quando si voterà la fiducia (Movimento 5 Stelle), si mettono invece in coda per un ministero vedovi del Renzi (Lotti, Boschi, Calenda), traditori di Bersani e D’Alema (Finocchiaro, Minniti, Puglisi) e di Berlusconi (Verdini), Giannelli disegna Renzi tra le onde dei capelli del nuovo premier, come Mosè mentre passa il mar rosso. Luciana Castellina si stupisce della sua nuova fede renziana (“Era bravo, Paolo, da extraparlamentare), Francesco Rutelli si vanta di averlo ben educato (“Avrà l’empatia che è mancata a Matteo, Paolo non crea conflitti”). Nasce in fretta e a fatica il primo governo Gentiloni! Che fare? Domande e risposte, secondo me.

Ha senso chiedere le elezioni al più presto? Sì, la diciassettesima legislatura è stata eletta con una legge dichiarata poi incostituzionale. Renzi ha governato tre anni grazie al premio di maggioranza ottenuto alla Camera da Bersani e da Vendola, e grazie al tradimento degli impegni presi con gli elettori sia dalla destra che dalla sinistra (avevano promesso di non farlo, ma poi si sono alleate scatenando la corsa al trasformismo, dopo la condanna definitiva di Berlusconi e la sua esclusione dal Senato). La grande riforma costituzionale è stata l’alibi che giustificava tale bassa cucina. Bocciata la riforma, la legislatura è nuda.

Votando comunque in fretta, si rispetta il verdetto referendario? No, è vero l’opposto. Un nuovo Armageddon elettorale, con l’Italicum modificato dalla Consulta e una legge fotocopia per il Senato, porterebbe a uno scontro di slogan, riesumerebbe, a parti invertite, il dualismo assoluto evocato da Renzi. Proprio ciò che è stato rigettato dal 60% dei NO. Serve, dunque, una legge elettorale, da riscrivere di sana pianta, una legge che non preveda premi truffa e candidati imposti dai partiti. Può essere una legge proporzionale con preferenza (e sbarramento per ridurre il numero dei partitini), può essere essere una legge maggioritaria ma non truffaldina (doppio turno di collegio) e può anche essere la vecchia legge Mattarella con cui abbiamo votato nel 1996 e nel 2001 (selezionava il 75% dei parlamentari in collegi uninominali e dava poi un diritto di rappresentanza ai partiti, attribuendogli il restante 25% con criterio proporzionale e liste bloccata – questa a me non piace). Ecco di cosa occorre discutere (e decidere) in Parlamento mentre Gentiloni governa.

Il governo serve solo per la legge elettorale? Purtroppo no. Sperando di vincere il referendum, Renzi aveva lasciato incancrenire almeno due gravi ferite. La crisi delle banche, che molto rapidamente dovranno essere salvate con fondi pubblici o lasciate fallire (e il fallimento rovinerebbe decine di migliaia di loro clienti). E i conti dello Stato, messi a rischio da una legge di stabilità, che indicava spese certe ma entrate incerte o una tantum. Inoltre il governo aveva fatto molte ragionevoli promesse alle popolazioni colpite dal terremoto: urgono provvedimenti concreti per cominciare ad attuare quelle promesse. Spetta a Gentiloni il compito di onorare le cambiali firmate dal predecessore. Può farlo presto, non in 2 mesi.

Giovani soprattutto, poi meridionali e ceto medio impoverito. Ilvo Diamanti racconta così il popolo del No. Ha ragione e ha ragione pure e quando scrive che il risultato del referendum ha, sicuramente, “punito” Renzi, che, per primo, aveva “personalizzato” il voto. Ma è difficile individuare il vincitore”. Anch’io penso che votando No gli italiani non abbiano scelto la “ricetta” dei 5 Stelle, né quella di Salvini o di Berlusconi, né tanto meno le tesi di chi, come me, si è speso da sinistra contro la legge Renzi Boschi. Quei 19 milioni di No hanno detto che la scorciatoia della modifica costituzionale e di un sistema maggioritario non avrebbe risolto il loro disagio né soddisfatto le ragioni della loro protesta. Che servono invece programmi e non slogan, confronto tra le idee e non capi carismatici cui affidarsi per un’intera legislatura. Sarebbe bene, ora, che i partiti d’opposizione usassero il GentilRenzi, come occasione per una pausa operosa, nella quale individuare regole condivise e chiarire le proprie proposte. Opposizione ma ragionevole, nel merito delle scelte e degli atti del governo.

Vergogna, il vitalizio! Renziani e 5 Stelle accusano chi elenca le questioni da risolvere prima del voto di voler aspettare il settembre del 2017 quando scatterà il diritto alla pensione da parlamentare, anche per chi è stato eletto per la prima volta in questa legislatura. Intanto non si tratta più di “vitalizio” ma di pensione, da corrispondere dal compimento dei 65 anni. Boeri dice, tuttavia, che la cifra da versare al parlamentare sarebbe ancora più salata di una normale pensione. E io penso che ciascun cittadino abbia diritto a un solo assegno pensionistico, finanziato con i contributi versati nell’intera carriera. Dunque bene: proviamo a votare prima di settembre. Lasciamo gli ultimi parlamentari eletti col porcellum senza diritto a un assegno per quei 4 anni di lavoro (se così si può chiamare) svolto in Parlamento. Ma, per favore: smettiamola di urlare, non alimentiamo per questa via l’odio per il Parlamento che dopo il referendum è solo un trucco, uno specchietto per le allodole. Si vuole asfaltare la “casta” dei parlamentari? Si ridia agli elettori e non ai partiti il potere di eleggerli e bocciarli.

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