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Doni e condoni

Finanziaria, il giorno del dubbio. “Sulla manovra il gelo dell’Europa”, titola la Stampa. “Equitalia, sconto fino al 50% – scrive Repubblica – Evasione record”. Il Corriere pubblica una analisi di Federico Fubini: “Voglia di condoni e strategia contro l’evasione”. L’autore si meraviglia che vengano quasi nascoste le cose buone contenute nella manovra. Per esempio “la fatturazione elettronica delle transazioni fra imprese private, con segnalazione digitale all’Agenzia delle Entrate a scadenze costanti”, proposta di Vincenzo Visco che è stata recepita e “potrebbe far emergere nel tempo gettito per 40 miliardi di euro”. Invece vengono “comunicate con più enfasi misure di segno opposto arrivate nella Legge di Stabilità: sanatorie e condoni come quelli che in Italia si promette sempre di abbandonare, perché minano la credibilità del Fisco e la fedeltà dei contribuenti”. “Dal governo – scrive Fubini – è filtrato che la voluntary disclosure potrebbe riguardare anche somme in contanti nascoste in Italia, non solo in conti anonimi all’estero. Fosse vero, una misura del genere aprirebbe una via di Stato al riciclaggio legale di proventi della corruzione o di altri traffici illegali”. “La stessa «abolizione» di Equitalia, in realtà un accorpamento nell’Agenzia delle Entrate dell’organismo di riscossione, contiene sconti e sanatorie perché cancella penali e interessi sugli arretrati fiscali”. “Un condono – dice Vincenzo Visco – che serve a far cassa e indebolire l’effetto deterrente dell’accertamento”. “Manovra elettorale” dice l’economista tedesco Gross.

Nella manovra manca un piano per il Paese, dice Susanna Camusso. La Stampa scopre che “alle imprese vanno più del doppio dei fondi programmati per pensioni e sanità”, ma il Sole24Ore, incontentabile (?), osserva che neanche per imprenditori e partite Iva è tutto oro quello che luccica. Per esempio “la nuova imposta sul reddito d’impresa (IRI) al 24%” porterebbe “pochi vantaggi se si hanno redditi bassi e detrazioni”. Per il Giornale: “finanziaria buona per imprese e anziani, pessima per i giovani”. Il Fatto enumera ben “8 mance per il Sì”. E fra queste. “l’abolizione dell’Irpef agricola” dedicata alla “Coldiretti” (che ha raccolto le firme), e “700 milioni a famiglia e scuole paritarie”. E mentre Renzi corre al Tg1 per dire che “l’opposizione non potrà dire No” alla sua generosa finanziaria, l’opposizione, da Fassina, “un ottimo pacchetto elettorale ma così si galleggia”, a Brunetta, “legge di bilancio tutta in deficit, con entrate totalmente aleatorie, figlie di condoni e di una voluntary disclosure che molto si avvicina al riciclaggio legalizzato”, non sembra intenzionata a fare sconti. Per di più il capolavoro di Renzi, tra mance e aperture sull’Italicum, non sembra troppo apprezzato nemmeno in casa Pd: “D’Alema e Bersani, attacco sincronizzato contro il premier”, titola la Stampa. “Se vince il Sì – dicono i due – vince il partito della nazione”.

Siria, un altro colpo al Califfo. Cade la città simbolo dell’Isis. Titolo in prima pagina di Repubblica. La città è Dabiq e dà il nome a una rivista di propaganda dello Stato islamico in quanto là, secondo un’antica profezia, si svolgerà la battaglia finale tra islamici e infedeli. L’ha presa L’Esercito siriano libero, la più “moderata” formazione dei ribelli anti Assad, ma l’ha presa grazie all’intervento decisivo dei soldati turchi. Intanto – scrive Financial Times – l’esercito iracheno, appoggiato da americani e francesi, starebbe per riprendersi Mosul, che Al-Baghdadi ha usato come capitale del suo califfato. Una battaglia rimandata per le difficoltà “politiche” che deriverebbero dall’impiego di truppe sciite (e la maggioranza in Iraq è sciita) in una città sunnita e ribelle. Ora tutto si accelera. Gli Stati Uniti vogliono dimostrare di poter sconfiggere il califfo senza l’intervento decisivo dei russi. E così sostenere che il loro alleato Assad è il problema e non la soluzione. Vedremo. Intanto gli USA stanno pagando il lasciapassare dell’Arabia Saudita per l’offensiva, con l’appoggio militare alla sporca guerra che Riad conduce contro le popolazioni civili filo-sciite dello Yemen. Il rischio per noi occidentali, se continueremo a proteggere la testa (saudita) del serpente, è che dopo Bin Laden e Al-Baghdadi ci troveremo con la terza incarnazione dello jihadismo barbaro e terrorista.

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