La felicità è nella lira?

Draghi in difesa dell’Euro, scrive il Corriere. Altolà di Draghi, l’euro non si tocca, la Stampa. Lo spread supera quota 200, il Sole24Ore. Ecco che Repubblica mette tutto nel frullatore: Spread a quota 200, Draghi avverte Le Pen, l’Euro è irrevocabile”.

Cosa suggeriscono siffatti titoli? Che i populismi – tipo Le Pen – fanno paura ai mercati (vecchio pallino dei giornalisti economici di casa nostra), che Draghi difende l’Euro e la Germania, e l’Italia rischia di dividersi tra chi accetta Euro e supremazia tedesca (i partiti tradizionali) e chi invece intende sottrarsi (ed è più o meno populista). La situazione a me pare più complicata. E a costo di scoraggiare parecchi lettori, provo a dirvi come la vedo.

Prima domanda: che sta facendo Trump? Oggi New York Times pubblica un’analisi di Krugman: “Trump populista? Ma quale populista!” L’amministrazione sta smantellando – scrive il premio nobel – sia il principio del “fiduciary rule”, la responsabilità che i consulenti finanziari dovrebbero avere nei confronti dei fondi che gestiscono, sia “the Dodd-Frank financial reform”, introdotta da Obama e che vieta alle banche di speculare con i soldi dei risparmaitori. L’obiettivo è di liberare – dice Krugman – “l’attività predatoria della finanza”. Ecco che Draghi, forte del legame che ha costruito con la Yellen (Federal Reserve) attacca Trump, convinto che tanta disinvoltura, dopo la crisi del 2007, rappresenta una minaccia per l’intero sistema. Se preferite, una minaccia (a medio termine) per lo stesso capitalismo.

E a noi europei che importa? Gli Stati Uniti hanno appena accusato la Germania di “manipolare i cambi” per rendere più competitivi i loro prodotti in America grazie a un Euro che si svaluta sul Dollaro. Washington vorrebbe invece un Euro più forte e un Dollaro meno caro per contenere le importazioni negli Stati Uniti e drogare le esportazioni. Ma – ecco il fatto strano – il ministro delle finanze tedesco, Schäuble, sembra volere la stessa cosa. Chiede a Draghi di stampare meno Euro e lasciare che la moneta si apprezzi. Merkel, da parte sua, ventila l’ipotesi di due Euro, uno più leggero per l’area mediterranea, l’altro più forte per il continente tedesco. Bene! Quale dei due, Germania o Stati Uniti, non ha capito?

In realtà tutti hanno capito. Alla destra americana importa poco della sostenibilità (nel medio-lungo periodo) del capitalismo: pensa agli utili finanziari immediati, ai ricchi premi per i manager e i collettori di fondi. Per il dopo c’è sempre la super potenza militare americana, come ultimo riparo. La destra tedesca ritiene che convenga mollare l’Europa mediterranea e puntare su una moneta forte verso la quale possano convergere capitali cinesi in fuga dagli USA e che non deprimerebbe le esportazioni, se ad alto contenuto tecnologico. Quando Draghi dice che l’Euro è irreversibile spinge, al contrario, la Germania (che si è avvantaggiata dell’Euro) a farsi carico dell’Europa. Cioè a investire il suo surplus commerciale e a finanziare una politica fiscale solidale. Draghi è convinto che la fine dell’Euro segnerebbe la fine dell’Europa e che la fine dell’Europa farebbe crescere i conflitti, mettendo a rischio l’intero sistema. Se volete, aggiungete a “sistema” la parola “capitalista”.

E qui tocca parlare di elezioni. Schulz (su cui non avrei investito un Euro) scavalca la Merkel nei sondaggi e persino la sbiaditissima SPD è in vantaggio, per la prima volta da anni, sul partito della cancelliera. Le prossime elezioni tedesche potrebbero vedere lo scontro tra una Germania first (in tedesco, uber alles) e una Germania europea. Ma prima si vota in Francia. Dove si stanno scontrando per la presidenza una destra ultra nazionalista (Le Pen) convinta che Parigi da sola farebbe meglio, una destra ultra liberista (Fillon, che ieri sì è scusato per aver pagato mogli e figli con denaro del mandato parlamentare ma ha confermato la candidatura), una sinistra-destra della Terza Via (Macron) che si lascia aperta ogni strada, una sinistra europeista (Hamon) che chiede le revenue universal e minaccia tasse ai ricchi e a quei robot che servono solo a sostituire lavoro, una sinistra lavorata e protezionista (Mélenchon), orientata verso un piano B che sganci i paesi mediterranei dall’Euro tedesco.

Di qui l’incertezza e i rischi per l’Italia. Che ha il debito più alto, la produttività più bassa, ha perso due anni a straparlare di riforme costituzionali e vanta il dibattito più opaco. Nel Pd Renzi (Enews 458) sostiene: Siamo pronti a qualsiasi confronto pubblico e democratico che sia rispettoso delle regole e dello Statuto interno. Traduciamo: o primarie e voto a giugno (magari con premio alla coalizione) oppure voto nel 2018 ma “resa dei conti” con la minoranza al congresso. Il segretario non tira alcuna lezione dai suoi errori. La minoranza non ha (o non ha ancora) una visione e un candidato da contrapporgli.

E Sinistra Italiana? Ha convocato il congresso fondativo su un documento “unitario”, provando a nascondere sotto il tappeto la polvere dello scontro tra l’ala “governista” e quella “alternativista” del partito d’origine, Sinistra Ecologia e Libertà. Fassina si è così sentito costretto a proporre l’uscita dall’Euro con un emedamento. Capite? Un emendamento. Come se si trattasse di una questione solo economica (recuperiamo sovranità e svaluteremo meno il lavoro) e non anche di una scelta che potrebbe avere conseguenze sugli equilibri in Europa, sui rapporti tra paesi europei e Stati Uniti, sulla politica verso la Russia e gli scambi con la Cina. Intorno a SI cresce l’interesse, ma si riuscirà a discutere? Di una cosa sono certo: solo nel fuoco di un confronto politico, ideologico, culturale può formarsi un gruppo dirigente.

Ma – direte – c’è il movimento 5 Stelle. Allora spiegatemi, per favore, cosa prepara il Movimento 5 Stelle? Io non l’ho ancora capito. Buon 7 febbraio. Vista la durezza dei temi trattati, come vedete, oggi ho preferito scrivere. A mio rischio.

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