No al 39%, Sì al 35

Referendum, avanza il No. È il titolo di Repubblica,che pubblica i risultati dell’ultimo sondaggio. Se si votasse oggi i Sì non supererebbero il 35%, 4 punti in meno rispetto a settembre e 3, se si fa il confronto con l’inizio dell’estate. Tendenza negativa, dunque, nonostante la costosa e capillare campagna del governo e del Pd. Tendenza tanto più grave in quanto il numero degli indecisi sarebbe sceso da oltre il 30 di settembre al 26%. Più italiani si convincono a votare, più cresce il vantaggio del No. Il No fa un balzo di 8 punti, passando in un mese dal 31 al 39%. “Renzi, recupererò a sinistra”: è la seconda parte (per par condicio) del titolo di Repubblica. Come intenda recuperare lo ha mostrato ieri in piazza del Popolo: Renzi ha trattato la minoranza del suo partito come un club di falliti che vogliono solo impedirgli di riuscire e che sono pronti a sfasciare il partito in odio al “rottamatore”.

La convivenza nel Pd potrebbe presto diventare impossibile. Lo scrive Geremicca sulla Stampa e lo pensano il 57% degli intervistati dalla Demos. Mentre il 59% continua a pensare che il 4 dicembre si voterà su Matteo Renzi e il suo governo, non su di una riforma della costituzione. Come dire che la strategia suggerita dal guru Messina, che tendeva a sdrammatizzare e quasi banalizzare il voto del 4 (“basta un Sì”, “si supera il bicameralismo”, “si riducono i politici” ma “non si tocca la forma parlamentare” né l’essenziale della Costituzione) non sta funzionando. Può darsi che i sondaggi – ancorché fra loro convergenti – si sbaglino. In ogni caso questi dati fotografano un sentimento, e questo sentimento dice che il premier è in difficoltà, che si dibatte come nella gabbia, che dà ogni giorno il tormento ai cittadini spettatori, ma che questa sua pervasiva presenza rischia di favorire gli avversari, almeno oscurandone le difficoltà. I cinque stelle – dice sempre Demos – nonostante gli errori e la lapidazione della Raggi, restano una forza politica del 30%, poco sotto il Pd.

Qualche ora fa ho ascoltato per intero un comizio di Trump. Le cose che propone, dazi per tener lontane le merci cinesi, un muro per fermare l’ingresso di messicani, come il disinteresse che mostra per l’Europa, o la minaccia di far guerra ai musulmani, tutto ciò parla di un candidato poco credibile – tutta la stampa americana ne sembra convinta – inadatto al ruolo del presidente, anche perché aggressivo e sprovveduto, irrimediabilmente narcisista, e maschilista da far venire la nausea. Tuttavia quando attacca la Clinton, Trump l’impresentabile si trasforma e sembra davvero l’alfiere di una America che non ci sta. Che non tollera le bugie dei potenti, la solidarietà di casta, l’ottusità delle elites che tendono a fare i propri interessi sperando che gli elettori comunque seguino. Da un lato un candidato vecchio gonfio e massiccio, col ciuffo colorato e una mimica da venditore di pozioni magiche, dall’altro l’America che sta in basso ed è piena di risentimento verso chi sta in alto, quella che detesta l’establishment, e si sente fregata. Credo che scegliendo Clinton il partito democratico abbia diviso il paese più di quanto non lo avrebbe diviso il “socialista” Sanders.

Hillary Clinton rischia grosso. Ha attaccato duramente il capo del FBI, accusandolo di aver voluto interferire con le presidenziali riaprendo l’inchiesta sulle mail che a suo tempo Hillary aveva trasferito dagli indirizzi (segreti e protetti) del dipartimento di Stato a quelli suoi privati. Una condotta “inquietante”, quella di Comey, ha detto la candidata, seguita a ruota dalla ministra della giustizia che ha definito “impropria” la condotta del FBI. Ma lo staff democratico è in apprensione. Se nel computer di questo Anthony Weiner (un ebreo che sprizza intelligenza e capacità politiche da tutti i pori ma che usava il web per tentare approcci sessuali mostrandosi nudo o in pose oscene) e che era sposato, fino a poco tempo fa, con Huma Abedin, la più stretta collaboratrice della Clinton, ci fossero mail sottratte al dipartimento di Stato e di cui non si sapeva, o se vi si trovassero particolari sulle strategie per soffocare lo scandalo, si potrebbero persino ipotizzare, a carico di Hillary, reati gravi, come “ostruzione alla giustizia” o “spergiuro”. E se pure così non fosse, ma restasse un sospetto, l’ultima settimana di campagna diverrebbe un inferno. Con Hillary costretta a fare i conti con i suoi fantasmi: gli amici potenti, i finanziamenti generosi e forse interessati, la permanenza per un quarto di secolo al vertice del potere, l’abilità nel non dire tutto, che è pur sempre un modo di ingannare. Poco fa CNN mandava in onda una trasmissione satirica sulle primarie democratiche, rappresentate come una combine a favore di Hillary. Non è un buon segnale!

Dopo 315 giorni la Spagna ha un presidente del consiglio. Quello di prima, l’uomo della destra più intransigente, Mariano Rajoy. A favore del suo programma hanno votato 170 deputati, meno del quorum richiesto, ma grazie all’astensione dei socialisti, il nuovo vecchio governo è rinato. Ora però tocca proprio al PSOE pagare dazio. L’ex segretario Pedro Sanchez, contrario all’astensione, si è dimesso da deputato per tentare al futuro congresso, di ribaltare il ribaltone e tornare a fare il segretario. Tutto il mondo è paese.

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