Sia lode al vincitore

Niente quorum, vince Renzi, scrive la Stampa. “Vincono i lavoratori”, ribatte, con il premier, Repubblica. “Le accuse di Renzi” dice il Corriere. Accuse? Ma sì. Il premier è stato il primo a parlare, ha tirato un sospiro di sollievo per quel dilagante non voto: “è fallito un colpetto”, avrebbe confessato a Maria Teresa Meli. “Abbiamo rischiato che il voto sulle trivelle si tramutasse nel bis del referendum sull’acqua” cioè che si avviasse, ai suoi danni, lo stesso processo che si concluse con la cacciata di Berlusconi. Ma per fortuna “la demagogia non paga”; ancora Renzi. Demagogia di chi? Di Elimiano, of course: “Certi presidenti di regione – dettaglia Renzi – che hanno usato il referendum per motivi personali. Si scopre che una parte della classe dirigente di questo paese è auto referenziale”. Oddio autoreferenziale! Il Giornale rileva che l’affluenza al 32% mette insieme “16 milioni di voti contro Renzi”. Non è proprio così. Intanto perché il numero dei votanti potrebbe essere più basso, poi perché è ben possibile che una parte dei votanti abbia voluto rispondere al quesito e non “dare un segnale al premier”. Tuttavia grazie proprio alla campagna che governo e Pd hanno fatto – “referendum inutile, quesito marginale, le energie alternative non c’entrano, si tratta solo del tentativo di rivincita di taluni sconfitti”- è probabile che alcuni milioni di italiani siano andati a votare anche per dire al premier “non è nel mio nome che governi come governi”. Renzi non è un fesso e lo sa. Ha detto ieri sera quel che ha detto per orientare i commenti di stampa e tv ma Mentana, nella diretta, lo ha definito “nervoso”. Forse perché in Lucania – regione coinvolta dallo scandalo Tempa Rossa – il referendum ha persino trovato un suo quorum, sia pure solo virtuale. Perché in Puglia l’obiettivo, del 50% più uno, è stato mancato per poco. “Un popolo si è ribellato”, si consola Emiliano: “Milioni di italiani non hanno voglia di farsi mettere a tacere da decisioni centralizzate. Ora Renzi dovrà ascoltarli, con attenzione”. Ascoltarli? “Ciaone”, risponde subito il renziano Carbone #avantitutta, Maria Elena Boschi: “Questo governo è più forte dei sondaggi, dei talk e delle polemiche”.

Passata è la tempesta, odo trivelle far festa, Vauro-Leopardi per il Fatto. I commentatori “indipendenti” temono, invece, che “la vittoria” accechi i vincitori. “C’è da augurarsi che a Palazzo Chigi nessuno pensi di annettersi le astensioni, nel senso di adombrare che il 68 per cento di non-votanti equivale ad altrettanti consensi per la politica del presidente del Consiglio”. Stefano Folli. “Ora lo aspetta la prova più difficile”, Marcello Sorgi, lo aspetta “la madre di tutte le battaglie”, come la chiama Polito, il quale spiega come in questo referendum il premier abbia potuto scavalcare “un nocciolo duro, numericamente tutt’altro che disprezzabile, di opposizione al governo, facendo leva sulla «maggioranza silenziosa» di chi non è andato a votare, a ottobre, quando non sarà richiesto il quorum, dovrà invece mobilitare quella maggioranza e farla parlare, portarla alle urne, se vorrà vincere”. Come tenterà di vincere il referendum costituzionale? Semplice. Spiegando che la Riforma abolisce Senato, ridimensiona il potere delle regioni, manda a casa Razzi e Scilipoti, evita una gran perdita di tempo, rafforza il buon governo che distribuisce bonus e sgravi.

Che fare-i? Intanto, senza tante storie, inviterei chi vuol sentirsi ancora “di sinistra” a votare alle amministrative per Stefano Fassina a Roma, Giorgio Airaudo a Torino, De Magistris a Napoli, Basilio Rizzo a Milano – cito solo le maggiori città – dato che il Pd del segretario e premier è ormai il partito delle astensioni, della maggioranza silenziosa, del lasciate fare ai professionisti, anche quando è chiaro quanto questi professionisti siano sensibili alle pressioni degli interessi costituiti. In secondo luogo spiegherei, con pazienza e con tenacia, quale sia la vera partita di queste riforme costituzionali: ridurre la nostra democrazia all’elezione di un premier, che, vinto il ballottaggio, diventa dominus incontrastato di una larga maggioranza parlamentare, e possa così condizionare la nomina del presidente della repubblica e dei giudici costituzionali, minacciare lo scioglimento delle camere, insomma governare senza contrappesi. Al cittadino resta – è vero – la facoltà di eleggere anche il governatore della regione e il sindaco della città, mini-premier con meno poteri, perché ridimensionati dalla riforma del titolo V e perché è il governo che controlla i trasferimenti agli enti locali, insomma tiene i cordoni della borsa. Vuoi tu, cittadino italiano, un paese dove il parlamento non possa che approvare l’operato del governo, dove contratti e diritti saranno sostituiti da bonus concessi dall’alto, dove interessi economici (e talvolta criminali) potranno presentare il loro conto direttamente a ministri e funzionari ministeriali? Se è questo che gli italiani sceglieranno, resteremo all’opposizione. Altrimenti inviteremo il presidente del consiglio a tornarsene a casa. Un altro governo o elezioni.

Dilma Rousseff destituita della Camera brasiliana. È la caduta degli dei – la guerrigliera Rousseff, il sindacalista Lula – che avevano ridato dignità al Brasile delle Favelas, ora coinvolti e gettati nel fango da uno scandalo che parla di corruzione, delegittimati dalla crisi economica – con il crollo del prezzo delle materie prime – che ha messo il Brasile in ginocchio, umiliati da una destra aggressiva che invoca dio, patria, famiglia, dollari e disuguaglianza sociale. Salta l’intesa sul petrolio, Arabia e Iran ai ferri corti, titola Repubblica. Insomma la guerra continua, la vera guerra, che vuole controllare il medio oriente e prova a giustificarsi con la controversia millenaria tra sunniti e sciiti, che fa la respirazione bocca a bocca a un omicida all’ingrosso come Al Bagdadi, che prende in ostaggio l’economia del mondo. Obama sta per andare a Ryad. A fine mandato, il presidente americano non potrà esercitare tutta la pressione che dovrebbe sui sauditi-wahabiti, ma qualcosa tenterà di fare.

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