turchia

Il sangue e l’odio

Il 2017 è cominciato nel sangue. 39 morti, 69 feriti, tutti giovani che festeggiavano l’anno sul Bosforo, a Istanbul. Un babbo natale ha fatto irruzione all’una di notte in una discoteca, il club Reina, ha imbracciato un kalashnikov e ha aperto il fuoco. La Turchia laica, nata un secolo fa, purtroppo nel sangue del genocidio armeno, è stata colpita, selvaggiamente. Punito il “tradimento” di Erdogan, che aveva usato il fanatismo islamico contro i curdi, per poi allinearsi con la Russia e vantarsi, con Putin e Assad, di aver imposto la tregua ai “ribelli” siriani. Istanbul è il cuore del mondo, testimone delle più antiche civiltà, crogiolo delle tre religioni monoteiste. Cento anni fa, nel 1917, crollava l’impero ottomano e quello austriaco, la rivoluzione russa metteva fine al potere degli Zar, liberava operai e contadini soldati dalla guerra. Gli Stati Uniti uscivano dal guscio e ponevano le basi per una egemonia, che sarebbe diventata impero dopo un’altra guerra.

La fine della lunga pace. Gli ultimi 70 anni l’occidente li ha vissuti senza guerre maggiori, all’ombra dell’impero americano e delle sue armi capaci di distruggere il pianeta. Ci siamo illusi che la mondializzazione capitalista e società aperta sarebbero andati ancora a lungo di pari passo e, come due gemelli, potessero garantirci una crescita economica ai danni del resto del mondo e una estensione dei diritti civili, accompagnata da forme sostenibili di democrazia. Non è così. Ce ne accorgiamo sgomenti. Il nesso mondializzazione-diritti si è rotto. Colpisce l’anti mondializzazione medievale islamica, il ceto medio, garante della democrazia, è sempre più frustrato e rabbioso. Tra qualche giorno farà il suo ingresso alla Casa Bianca un uomo che non crede nel riscaldamento del pianeta, che nega, cioè il più grande pericolo per l’umanità. Un presidente degli Stati Uniti che dice di voler alzare muri e imporre dazi a difesa della fortezza americana. Mentre un ex funzionario dello spionaggio sovietico si impone come arbitro in Medio Oriente, in quella che per secoli è stata la riserva di caccia dell’imperialismo prima britannico poi americano. In India svetta la statua più alta del mondo in onore di un guerriero nemico dell’Islam. In Cina un Grande Fratello che torna a chiamare “compagni” i suoi adepti, prova a cambiare il modello di sviluppo di quella che è diventata la prima fabbrica e la prima banca del mondo.

Nel 2016 la caduta degli dei. Sconfitta la candidata che non poteva perdere, Hillary Clinton ha trascinato nella caduta il presidente Obama. Cancellato Cameron dal referendum sull’Europa che aveva voluto. Mandato anzi tempo in pensione Hollande, e con lui Sarkozy e Juppé. L’erede di Ignacio Lula, Dilma Rousseff, destituita per corruzione da uomini che sono di certo più corrotti di lei. Renzi archiviato dal plebiscito che aveva chiesto sulle riforme, sul governo e sul suo stile. In Spagna il socialista Sanchez, che non ha avuto il coraggio di allearsi con Podemos, è stato abbandonato dal partito, che ora appoggia, astenendosi, un debole governo delle destre. Resiste solo Angela Merkel, ma da donna Time dell’anno si è ormai trasformata in capro espiatorio dell’insoddisfazione degli stessi tedeschi, che l’accusano di avere accolto profughi siriani, di aver stretto accordi con Erdogan appena prima che costui cambiasse di campo, di aver subito una politica anti russa facendosi, ora, scavalcare dai nuovi amici di Putin, dall’americano Trump, dai francesi Fillon e Le Pen.

Basta odio politico, dice Sergio Mattarella. Dio sa se ha ragione. Ma è la politica che sceglie un capo senza discuterne programmi e intenzioni, che genera odio. 25 anni fa, caduto il muro a Berlino e crollata l’Unione Sovietica, abbiamo sprecato una occasione imperdibile per costruire l’Europa dei diritti e del welfare, della tolleranza e dei dialogo multipolare nel mondo. Ci siamo illusi di importare in Italia il modello di democrazia maggioritaria che così bene aveva funzionato negli Stati Uniti. Abbiamo creduto che scegliere con il voto popolare sia il sindaco delle città che il Presidente del Consiglio per il paese sarebbe bastato a rivitalizzare il sistema. Che avrebbe potuto supplire alla carenza di idee e di coraggio. Non ha funzionato. Milioni di cittadini si sono allontanati dalla politica, disgustati e pronti a giustificare colpe anche loro con il disprezzo nei confronti della casta. Gli italiani si sono divisi sui vizi privati di un primo ministro, rivolti a un medico tecnocratico, presi in faccia i vaffa di un attore, affidati all’attivismo di un giovane rottamatore che si è rivelato erede ed esecutore di una politica vecchia e consunta. Ecco le radici dell’odio, del disprezzo per l’avversario.

Sento il bisogno di una pausa di riflessione. Vedi, caro lettore, certe idee che per anni ho sostenuto in solitudine sembrano diventate moneta corrente. E forse bisogna andare oltre. I giornali che mi ostino a chiosare da anni (prima per la Rai, ora per chi segue questo blog) sembrano aver perso il polso dell’opinione pubblica: in America come in Italia finiscono con l’esprimere il sentimento di una classe dirigente peraltro sempre più confusa. Io stesso, in quanto per piccola parte protagonista della politica, ho subito aggressioni e insulti ad opera dei populismi sia di governo che d’opposizione. Non ho nessuna intenzione di gettare la spugna, ma vorrei proporvi in futuro una lettura più scanzonata e leggera (e che quindi si presti meno a fraintendimenti e inutili polemiche) di quel che scrivono i quotidiani. E vorrei anche proporvi qualche post più pensato, che somigli a un embrione di proposta. Perché è ormai tempo – e scusate la citazione di JFK – di dire agli italiani cosa possano fare per l’Italia anziché compiacerli e chiedere all’Italia – cioè a qualcun altro – tutto quello che vorremmo che ci venisse dato. Devo riflettere, dunque. Il caffè chiude per una decina di giorni. Buon anno.

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