Tutti da Marco

Svolta di Putin sulla Siria, titola Repubblica: “via le truppe”. Naturalmente restano le basi russe nel Mediterraneo, ma Putin annuncia che richiamerà i soldati e lo fa alla vigilia del negoziato di Ginevra, con Assad rimesso in sella, l’Isis e Al Nusra indicati come “nemici”, l’Arabia Saudita per il momento sconfitta, l’Iran sempre più indispensabile, se si vorrà dare un assetto, una possibilità almeno di costruire una pace, a Siria e Iraq quando sarà stato cacciato Al Bagdadi. Lo Zar russo, Putin, che lo scacchista e dissidente Kasparov considera, non a torto, un dittatore che viola i diritti e opprime le libertà, ha messo a segno un match point. Grazie all’abilità manovriera di Lavrov, uno dei più abili ministri degli esteri oggi sulla scena, ma grazie soprattutto alle contraddizioni dell’imperialismo che, è tuttora alleato degli ideologi e finanziatori del terrorismo jihadista, i sauditi e la loro corte di monarchie del golfo. Naturalmente, nulla è acquisito. Ora Ryad sta provando a destabilizzare il Libano, definendo terrorista Hezbollah, organizzazione sciita che terrorista magari lo è pure, ma che è presente e forte nel parlamento di Beirut, che combatte davvero il Daesh in Siria e con cui bisogna trattare, se non vogliamo che torni l’incubo della guerra civile anche in Libano. Intanto la Turchia, prima di poter dire con certezza – e poi, quale certezza senza libera stampa? – che i kamikaze di Ankara erano davvero una scheggia impazzita dell’ala più radicale e anti Öcalan del PKK che è, a sua volta, più il passato che il presente del movimento curdo, già approfitta per radere al suolo villaggi, bombardare postazioni di militanti curdi anti Daesh, far intendere che anche per i curdi verrà il tempo della soluzione finale, come per gli Armeni un secolo fa.

Populisti in minoranza. Lo ha detto Mattarella in Etiopia e la Stampa ne ha fatto il titolo di prima pagina. Certo Angela Merkel non uscirà di scena, né cambierà radicalmente la sua linea di condotta solo perché Frauke Petry, leader del partito di destra e anti immigrati Afd, ha dopo il voto di domenica la ragionevole certezza di poter entrare, con parecchi deputati, nel Bundestag. Però, come segnalavo ieri, la vera sfida è rispondere ai problemi che i populisti pongono, alla frustrazione del ceto medio, che si sente minacciato dalla sperequazione del reddito, che vede i suoi figli guadagnare il 19 per cento in meno di quanto non guadagnassero i giovani tra i 24 e i 29 anni negli anni 80 – Corriere della Sera, pagina 23 -, che guarda al passato e teme il futuro, dalla quarta rivoluzione industriale al ritorno di grandi flussi migratori. Da questo punto di vista la crisi della sinistra non è meno grave di quella della destra. Ne ho scritto ieri. Ma, certo, la destra non sta bene, nemmeno in Italia. Salvini abbandona il candidato di Berlusconi a Roma, la Meloni ora si propone come sindaco e Bertoldo fa il Bertolaso, consigliandole di restare a casa a fare la mamma. Da questo punto di vista neppure i 5 stelle stanno bene: “gli stupidi ci sono anche fra di noi”, dice la ex candidata a Milano Patrizia Bedori. L’hanno contestata perché poco telegenica e casalinga.

Tutti da Marco, perché Pannella sta male. É una processione, politici di governo e di opposizioni, selfie con il radicale dello scandalo, quello che si è imbavagliato contro la censura della Rai, che i bravi conduttori non riuscivano a contenere le poche volte che dovevano intervistarlo e si schernivano dicendo “è pazzo”, Pannela dei referendum per il divorzio e dell’aborto, Marco che si è battuto, tante volte da solo, contro la partitocrazia. É un uomo di spettacolo, Marco Pannella, e questo omaggio, anche solo ora che il cancro lo ha sfiancato, certo non gli dispiace. Però certe cose bisognerebbe farle a tempo. Forse Pannella riuscirà a dirgli: non fiori ma opere di bene, più legalità e meno arroganza di chi ha potere.

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