Un governo in confusione

Trump rimonta, sale la paura. La paura di cui parla Repubblica sarebbe quella dei mercati, ai quali – si sa – non piacciono le incertezze in politica né i cambiamenti bruschi. “Milano in caduta con le banche”, dice il Sole24Ore. La borsa di Milano ha perso il 2,51%. Però in America Lei reagisce con grinta. Era bella stasera, determinata, sicura e pacata, intimamente convinta che non si possa dubitare dell’urna quando l’alternativa ha il volto di un individuo che disprezza le donne e non paga le tasse, detesta musulmani, messicani e afroamericani (poveri). Dopo Michelle, Barack Obama è sceso in campo per lei. Il Commander in chief è diventato Campaigner in chief, secondo la CNN. Sanders promette tasse per i ricchi, a cominciare da Donald e pensa di poter condizionare Hillary. La quale, a sei giorni dal voto, è corsa in Arizona, in terris infidelium, perché vuole strapparla ai repubblicani. D’altra parte anche George W. Bush potrebbe votare Clinton, ha detto un suo nipote. E allora, perché tanta preoccupazione? Perché gli addicted della politica, sia che il loro mestiere sia farla la politica sia che si limitino a interpretarla, molte volte non si accorgono dei cambiamenti, della lama di fondo che percorre e orienta la pubblica opinione. E se fosse una di quelle volte?

La bomba si preparava da anni: il discredito della “politica” era stato amenamente promosso dai think tank neo liberisti che volevano sgrassare lo Stato in favore del mercato e spiegare al popolo come l’obiettivo delle loro critiche non dovesse più essere il finanziere o il padrone (parola pudicamente interdetta) ma il parlamentare. Non a caso, da noi in Italia, il termine “casta” fu inventata da Rizzo e Stella, giornalisti del Corriere. Ma già anni prima, sul finire del secolo breve, quando multinazionali e establishment clintoniano si avvinghiavano nel tango, si era manifestato a Seattle il primo movimento No Global. D’accordo, poi ci pensò Bin Laden, ci pensò l’antimondializzazione reazionaria wahhabita, a levare certi grilli dalla testa di noi occidentali: tutti in guerra, tutti americani. Non proprio tutti per la verità. Pensate a wikileaks e alle nefandezze che ha rivelato sulla guerra in Iraq. Poi con il fallimento della Lehman Brothers, con il capitalismo liberista allegramente sovvenzionato dallo Stato pur di evitare altri fallimenti, con la crescita delle disuguaglianze – Occupy Wall Street – con l’occupazione in calo sotto i colpi della quarta rivoluzione industriale, sono cresciuti disagio, sfiducia, rabbia. Intanto le classi dirigenti di destra e di sinistra diventano sempre più simili: è del 2005 una fotografia, pubblicata ieri dal Washington Post, con i Clinton e i Trump che sorridono felici. Vivono le capitali, trasformate in vetrine, allontanano povertà e sofferenza, chiamano anti politica e populismo tutto ciò che gli ricorda una realtà esterna e scomoda.

L’immigrazione ha fatto il resto. Perché se Maometto non va alla montagna è la montagna che va a Maometto. E masse di donne, giovani uomini, bambini hanno marciato, a rischio della vita, verso una civiltà che mentre annunciava il suo verbo si rinchiudeva nelle sue città. Un precario dello Sri Lanka pagato in nero oggi vive, comunque, il centro di Roma, molti che lavorano e temono di perdere il posto, non vanno più in centro nemmeno per comprare. Non saprebbero vivere come il precario dello Sri Lanka ma possono persino invidiarlo. E provare rabbia. Sommate queste schematici flash back e capirete perché io pensi che Cameron e Clinton, Hollande e Merkel, rischino di non avere un futuro. Perché hanno perso la base del loro consenso, quel ceto medio che, oscillando, consentiva l’alternanza, che era l’anima dei sistemi bipolari e maggioritari. Oggi o la sinistra come fa Podemos, come vorrebbero fare Corbyn e Sanders, riprende a dialogare con il disagio, con la frustrazione e la povertà, oppure la rabbia covata a lungo andrà a destra: griderà chiudete le frontiere, fermate gli uomini che arrivano e le merci, pensiamo a noi stessi, poi si vedrà. Ho sentito una bella e giovane nera e un reduce dall’Iraq che difendevano l’indifendibile Trump. Almeno lui è schietto. É ricco e non paga le tasse, ma non somiglia a quegli altri, “della Fifth-Central Park”. Quegli altri, temo, siamo tutti noi. Io voterei Clinton, spero che riesca a battere Trump, ma ho la sensazione che l’America stia vivendo, in grande, quello che l’Italia ha vissuto nella campagna elettorale del 2013: la sottovalutazione del fossato che divide apparati e società.

Referendum, lo stop al rinvio. Mi sembra un ossimoro il titolo del Corriere, ma forse vuol fare intendere al lettore che intorno a Renzi avevano davvero pensato di poter rinviare di nuovo la data del voto. D’accordo con Berlusconi, per modificare poi, insieme a Berlusconi, l’Italicum, e sminare l’argomento più forte contro la riforma (che sia uno sfregio alla costituzione, in fondo a chi importa?), e trasformare Renzi, con il suo consenso, dal principe solitario che sognò di essere dopo il trionfo alle europee, nel console delegato da un’intesa fra destra e sinistra che fermi i barbari alle porte. Tentativo maldestro, che costringe oggi gli editorialisti a usare parole forti. Stefano Folli, Repubblica: “Si è trasmessa all’opinione pubblica l’idea che nel cuore dell’esecutivo e della maggioranza prevale il timore del risultato elettorale. E che si cerca un appiglio o un pretesto per rimandare le urne a tempi più propizi. Di qui il sondaggio svolto a favore dello slittamento è rapidamente fallito. Ma l’impressione di debolezza resta ed è un grave errore”. Massimo Franco, Corriere: “ lasciare lievitare le voci sul rinvio rischia di accreditare la vulgata di un governo in confusione”.

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