Io dissidente

La Terza Via contro i Parlamenti. Sono due scelte gemelle: la fiducia chiesta da Maria Elena Boschi sulle unioni civili e l’imposizione del Jobs act alla francese con l’articolo 49.3 della costituzione gollista. Nel primo caso, nonostante il governo Renzi potesse in teoria dormire sonni tranquilli grazie all’ampio margine che gli concede alla Camera il premio di maggioranza, si è preferito non riaprire una doppia ferita: con la chiesa cattolica che ritiene le unioni troppo simili al matrimonio e con chi invece trova umiliante che si impedisca a un omosessuale di adottare il figlio del partner. In Francia, Nuits Debout e sindacati stavano contestando la più ampia facoltà di licenziare concessa agli imprenditori “per motivi economici” e la riduzione del costo degli straordinari per le imprese. Ecco che Hollande ha scelto di evitare il confronto all’Assemblée Nationale e ricorrendo all’articolo 49.3 – che considera già approvata una legge fortemente sostenuta dall’esecutivo a meno che le opposizioni non sfiducino il governo – ha bypassato le opposizioni e il malumore nel PS. Sia Hollande che Renzi considerano ormai il Parlamento un ingombro, affermano l’autonomia del politico e rivendicano che possa esistere, che debba esistere, un rapporto diretto governo-popolo. D’altra parte è super gollista l’uso che il nostro premier vuol fare del referendum costituzionale, quando lo riduce a una antinomia; popolo del Sì contro No dei politicanti.

Diventiamo tutti dissidenti. Naturalmente questa idea della politica, non più orientata da una idea di sinistra, di destra o di centro, ma come conquista, quasi tecnica, del possibile, unita alla prevaricazione della democrazia rappresentativa, non è senza conseguenza. Riunisce, infatti, tutti gli oppositori in un unico fascio. Li trasforma in dissidenti. Sia se, come Alfio Marchini, cercano i voti del Vaticano e promettendo di non sposare mai – qualora diventassero sindaco – due omosessuali; sia se, come i 5 Stelle, rivendicano una presunta superiorità morale, o vorrebbero, come Salvini, cacciare i migranti e sfasciare l’Europa, o invece, e qui si tratta di 56 costituzionalisti, se si oppongono alla riforma costituzionale del governo, o infine, se, come nel caso della minoranza interna al Pd, si rifiutano di aderire con entusiasmo allo stile di governo del loro segretario e premier. Non c’è più destra, sinistra o centro: c’è la politica che si fa dal governo, e l’anti politica inevitabilmente “populista”; c’è chi dice sì al Principe, perché comunque si deve andare avanti, e chi frappone ostacoli.

Io dissidente. Può non far piacere, ma la musica è questa. Che fare-i? Accetterei la qualifica di dissidente, quando si tratti di difendere un bene comune, come la Costituzione. Mi va bene, cioè, l’alleanza con Brunetta e Calderoli, con Zagrebelsky e Battista, Tocci e Quagliariello per dire no allo sgangherato e ipocrita progetto di revisione Renzi-Boschi. Tutti contro Renzi? In nome della Costituzione sì. E devo dire anche in caso di ballottaggio con una legge truffa com’è l’Italicum. Truffa perché al primo turno delle 5 realtà presenti nel paese, destra arrabbiata, destra moderata, 5 Stelle, Partito di Renzi, sinistra-sinistra, solo due accederebbero al ballottaggio e un solo uomo, col sostegno del 30% dei votanti (cioè del 18% degli italiani), si porterebbe a casa in premio di 120 parlamentari, che non sarebbero stati eletti ma verrebbero recuperati dalla vittoria del loro capo. Beh, io voterei contro chi avesse immaginato una truffa siffatta. Correndo il rischio – lo so – che se vincesse l’oppositore (Di Maio?) magari entrerebbe subito dopo nei panni del Renzi e si metterebbe a governare. Come se niente fosse, pur essendo stato votato da un italiano su cinque.

L’alternativa. Al tempo stesso mi batterei – mi batterò – per costruire un’alternativa, basata su un’idea solida per il futuro. La mia è che l’Europa debba darsi una politica per l’innovazione, una politica industriale e una politica fiscale comune e solidale. Che non debba più subire i diktat del capitale finanziario, che debba combattere le disuguaglianze insopportabili che si affermano e rilanciare il welfare. E con il welfare, la democrazia e la partecipazione popolare alle scelte importanti. In tutta Europa. A me – e lo ho scritto più volte – un tale orizzonte pare assai più realista dei contorcimenti della terza via. Ultimo quello che si annuncia, in sede di trattativa con l’Europa della Merkel, sul nostro debito pubblico. La sinistra-sinistra è tuttavia lontana – ne convengo – dal darsi un simile respiro. Ha scelto di contarsi alle amministrative e di fondare il processo costituente di una nuova forza politica più sul tentativo di federare che non sul vasto dibattito, popolare e democratico, politico e ideologico, che a me sembra indispensabile. Continuerò ad appellarmi a D’Attorre e Civati, Fassina e Cofferati, a Landini, Moni Ovadia, Tocci, Gino Strada, Ferrero, Nichi Vendola. Perché non ho mai visto una “cosa nuova” nascere se non spinta da forti movimenti dal basso o, almeno, nel fuoco di un appassionato confronto ideale e politico. Inoltre è possibile – e io lo spero – che emergano anche nomi nuovi, giovani inattesi e sorprendenti. Altrove è successo.

Il mondo non è come lo raccontano gli iper realisti. Ieri Bernie Sanders ha vinto in West Virginia. Facendo il conto, è il diciannovesimo stato nel quale il candidato “socialista”, ritenuto improbabile dall’apparato democratico, supera la Clinton. Tutta la stampa e anche la matematica – cioè il conto dei delegati, quelli eletti e quelli di diritto – considerano da tempo assolutamente pacifico che Bernie non sarà il candidato democratico alle presidenziali. Ciò nonostante Sanders continua a vincere, dimostrando quanto profondo sia lo iato tra apparati e cittadini. C’è una novità: “Ho un messaggio per i delegati a Filadelfia” – ha detto ieri Sanders – “Se con Hillary Clinton abbiamo molte differenze, su una cosa siamo d’accordo: dobbiamo sconfiggere Donald Trump”. Il radicale e socialista offre un patto, un’alleanza alla rivale tanto amata dalla nomenclatura. Quello che a lui importa è la linea politica dei democratici, non per forza chi si trasferirà l’anno prossimo alla Casa Bianca. Come ha fatto Podemos con il Psoe, anche Sanders negli USA offre un’intesa ai democratici-socialisti di apparato e di governo. Così si fa. Dopo, però, che che si siano sostenute, in una campagna di massa trasparente e radicale, le proprie opinioni. Non prima, alla ricerca di uno scranno.

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